Privacy su internet Manager di Facebook arrestato in Brasile

RIO DE JANEIRO Privacy e sicurezza di nuovo a confronto dopo una clamorosa decisione della giustizia brasiliana contro uno dei colossi della tecnologia globale: la polizia federale verde-oro ha infatti arrestato a San Paolo il vicepresidente di Facebook per l'America Latina, Diego Jorge Dzodan. Le manette sono scattate quando il manager, che ha la nazionalità argentina, stava andando al lavoro nel quartiere di Itaim Bibi, nella zona sud della megalopoli brasiliana. Le forze dell'ordine hanno agito su mandato disposto da Marcel Montalvao, un giudice della città di Lagarto, nello Stato di Sergipe, dove si sta svolgendo un processo penale, riguardante il locale traffico di droga, coperto dal segreto istruttorio. Il motivo - secondo gli agenti - è stata la mancanza di collaborazione di Facebook in un'inchiesta sui messaggi scambiati da presunti narcos su WhatsApp, una delle "app" per cellulare più usate nel mondo e che dal 2014 appartiene alla nota piattaforma sociale statunitense. Dzodan - afferma la polizia - è stato convocato tre volte invano negli ultimi mesi per fornire chiarimenti. «Siamo amareggiati, si tratta di una decisione estrema e sproporzionata», ha commentato un portavoce di Fb parlando con il sito tecnologico Gizmodo. «Siamo sempre stati disponibili e continueremo ad esserlo a collaborare con le autorità», ha aggiunto la voce del gruppo di Palo Alto. Delusione è stata espressa anche da WhatsApp. «Non possiamo fornire informazioni che non abbiamo. La polizia ha arrestato qualcuno su dati che non esistono. WhatsApp non memorizza i messaggi delle persone. Abbiamo collaborato al massimo delle nostre capacità in questo caso e se da una parte rispettiamo il lavoro importante delle forze dell'ordine, dall'altra siamo fortemente in disaccordo con la loro decisione», ha detto il portavoce all'agenzia Ansa. La vicenda ricorda molto da vicino il duro braccio di ferro da poco avviato negli Usa da un altro colosso dell'informatica, Apple, a cui l'Fbi ha chiesto di sbloccare l'iPhone del killer di San Bernardino. Nel caso di Facebook, il magistrato che ieri ha ordinato il fermo di Dzodan già da alcuni mesi avrebbe chiesto all'impresa fondata da Mark Zuckerberg di divulgare, ai fini delle indagini, il nome dei partecipanti di un gruppo su WhatsApp, usato per scambiare informazioni sullo spaccio di stupefacenti. Facebook si sarebbe però rifiutata e per questo ha ricevuto una multa giornaliera di un milione di reais (poco meno di 300 mila euro) che starebbe pagando ormai da 30 giorni. Non è la prima volta che Facebook viola un provvedimento giudiziario provocando la severa reazione della giustizia brasiliana: lo scorso dicembre un altro giudice, stavolta di Sao Bernardo do Campo, nell'entroterra di San Paolo, ordinò la sospensione di WhatsApp per 48 ore su tutto il territorio nazionale. Una misura senza precedenti poi annullata da un altro togato, che lo stesso giorno dispose l'immediata riattivazione del servizio.