Strage a Diyarbakir, Erdogan accusa i curdi

ISTANBUL A poche ore dall'autobomba che l'altro ieri ha ucciso 28 persone nel centro della capitale turca Ankara, il presidente Recep Tayyip Erdogan punta il dito contro i ribelli del Pkk e i curdi siriani del Pyd, accusati di essere «pedine del regime» di Bashar al Assad, e assicura che continuerà a bombardarli nel nord della Siria per impedirne l'avanzata nella zona di Aleppo. Il Pyd e il Pkk negano però ogni responsabilità, parlando di «bugie» utili a creare un casus belli per un possibile intervento militare oltreconfine. Ma in Turchia la scia di sangue non si ferma: ieri mattina una mina è esplosa al passaggio di un convoglio di soldati sulla strada tra Diyarbakir e Bingol, nel sud-est curdo, uccidendo 6 militari e lasciandone un altro in fin di vita, mentre altri 2 agenti sono morti in scontri nella città sotto coprifuoco di Idil. In entrambi i casi, per Ankara i responsabili sono i guerriglieri del Pkk. Solo tre ore dopo l'attacco di mercoledì, l'aviazione turca aveva già ripreso i suoi raid su vasta scala proprio contro il Pkk nelle montagne del nord Iraq, colpendo circa 70 obiettivi tra cui ci sarebbero alcuni comandanti militari. Che l'obiettivo dell'autobomba di Ankara fossero i soldati è ormai chiaro. Le vittime risultano essere tutti militari, molti ufficiali di rango, tranne una giornalista di 33 anni, colpita all'uscita dal lavoro. Altre 22 persone sono in ospedale. La verità del governo turco sull'attacco giunge con le parole del premier Ahmet Davutoglu, che identifica l'attentatore kamikaze in Saleh Nejar, un 24enne curdo-siriano con presunti legami con le milizie Ypg, il braccio armato del Pyd. L'uomo era entrato nel Paese a luglio, registrandosi come rifugiato. È proprio grazie alle impronte digitali raccolte in quell'occasione che le autorità sostengono di averlo potuto identificare. Ma per l'attacco di ieri avrebbe goduto di una fitta rete di collaborazione all'interno della Turchia, con 14 arresti già effettuati. L'auto su cui si è fatto esplodere era stata rubata e venduta illegalmente sul web all'inizio dell'anno dopo un regolare noleggio nella provincia egea di Smirne. Secondo gli investigatori il veicolo è finito prima a Diyarbakir, la principale città curda nel sud-est, per poi lasciare traccia ad Ankara all'inizio di febbraio. Ricostruzione respinta con decisione dal Pyd, che giura di non aver nulla a che fare con l'attacco.