Delitto Pomatto La parola ai Ris

FELETTO Dal carcere di Ivrea, Mario Perri, 55 anni, continua a professarsi innocente: «Non sono stato io a uccidere Pierpaolo Pomatto». Lunedì cercherà nuovamente di convincere i magistrati. Avrà un faccia a faccia con il titolare dell'inchiesta, il sostituto procuratore Ruggero Crupi. Difeso dal suo legale di fiducia, l'avvocato Daniela Dematteis, dovrà chiarire tutte le incongruenze del suo racconto e soprattutto il possesso del telefonino della vittima. Manca, per ora, la prova regina. Forse la forniranno i Ris. Quella che certifichi, in mancanza di una piena confessione, che a premere il grilletto della pistola usata per giustiziare Pierpaolo Pomatto, 66 anni, sia stato proprio Mario Perri, pregiudicato rivarolese di 55 anni. L'uomo, arrestato lunedì notte, si è incastrato da solo. Ha raccontato versioni diverse, contrastanti coi dati scientifici e con le testimonianze. Secondo i carabinieri è lui il presunto assassino di Pomatto, ritrovato morto all'alba del 18 gennaio nelle desolate campagne di Vesignano. Il cadavere ricoperto da banconote false. Il fermo è avvenuto venerdì ed è stato confermato lunedì mattina dal gip di Ivrea Stefania Cugge su richiesta del sostituto procuratore Ruggero Crupi. L'uomo risulta indagato per omicidio, rapina e porto illecito di armi da fuoco. Perri era stato sentito dai carabinieri (hanno condotto le indagini i militari della stazione di Rivarolo, della Compagnia di Ivrea e del nucleo investigativo) come persona informata sui fatti: «Quel giorno avevo visto Pomatto. Eravamo sulle nostre auto, ci siamo salutati, mi ha detto che andava a Ivrea». Versione smontata pezzo per pezzo dagli investigatori. (ma.gi.)