Obama-Putin, al telefono prove di dialogo

di Maria Rosa Tomasello wROMA Nella missione impossibile di fermare le armi in Siria, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco il ministro della Difesa di Israele Moshè Yaalon evoca lo scenario più fosco: l'ipotesi dello smembramento del Paese. «Siamo molto pessimisti sulla cessazione delle ostilità per la fine di questa settimana (la tregua dovrebbe entrare in vigore venerdì, ndr), credo che assisteremo a una cronica instabilità per lungo tempo - afferma - Sappiamo come fare una frittata da un uovo, ma non come fare un uovo da una frittata». E il futuro della Siria, sottolinea, è «la nascita di diverse enclave: Alawistan, Siria Kurdistan, Siria Drusistan. Potranno cooperare o combattersi l'una contro l'altra». Il giorno dopo l'ultimatum degli Stati Uniti alla Siria e ai suoi alleati Russia e Iran - nuove truppe di terra se Damasco non rispetta l'accordo per la tregua - il tentativo di disgelo tra Washington e Mosca passa per una telefonata tra Barack Obama e Vladimir Putin. I due leader concordano di intensificare la cooperazione per il cessate il fuoco e contatti più stretti per combattere lo Stato islamico. Ma al di là degli equilibrismi diplomatici, Obama ripete allo "zar" quello che gli Usa chiedono da settimane: la Russia deve cessare i bombardamenti in Siria contro l'opposizione moderata al regime di Bashar al Assad e consentire l'arrivo degli aiuti nelle aree assediate dall'esercito come previsto dagli accordi raggiunti dall'International Syria Support Group l'11 febbraio. Il premier russo, Dmitri Medvedev, replica a distanza durante un'intervista: «Assad è l'unica autorità legittima in Siria in questo momento», allontanarlo «vorrebbe dire il caos, come abbiamo visto altre volte in Medio Oriente quando i Paesi sono collassati». Ma per l'Arabia Saudita, che annuncia di essere pronta a entrare in Siria con truppe di terra e schiera i suoi caccia in Turchia, la Russia «fallirà nel suo tentativo di salvare Assad» e la caduta del presidente «è solo questione di tempo». L'Iran tuttavia ammonisce Riad sull'intervento di terra: «Non lasceremo che la situazione vada come vogliono i ribelli, prenderemo le misure necessarie in tempo», afferma il vice capo di Stato maggiore, Masoud Jazayeri. Sul campo, con l'entrata in scena di nuovi attori, la situazione si fa dunque ogni giorno più complessa. Damasco ha accusato ieri la Turchia di avere sconfinato con le sue truppe: «Dodici pick up armati e circa cento militari sono entrati nelle ultime 24 ore nel nostro territorio vicino al valico di Bab al Salameh, nei pressi dell'area di Azaz, colpita dall'artiglieria di Ankara» ha denunciato il ministero degli Esteri siriano in una lettera inviata al segretario generale dell'Onu in cui chiede la convocazione del Consiglio di sicurezza. L'artiglieria turca, secondo il regime di Assad, continua a colpire postazioni dell'esercito siriano nel nord, dopo che sabato aveva bersagliato nell'area di Azaz postazioni delle forze curdo-siriane del Pyd, schierate con Damasco. Nonostante il Pyd non sia riconosciuto come organizzazione terroristica dagli Stati Uniti e nonostante la Casa Bianca abbia sottolineato l'efficacia dell'azione dei combattenti curdi contro lo Stato islamico, Ankara continua a colpirli. «Non permetteremo al Pyd di condurre azioni aggressive» ha ribadito ieri al telefono il premier turco Ahmet Davutoglu alla cancelliera tedesca Angela Merkel, dopo che la Francia era tornata a chiedere lo stop ai bombardamenti sulle forze curdo-siriane. Ma i combattenti curdi annunciano che non si ritireranno: «Vogliamo combattere l'Is e stiamo avanzando». I soldati siriani, intanto, avanzano verso Raqqa, roccaforte jihadista: dopo aver conquistato alture strategiche nell'ovest della regione, sono a 80 km dalla città. Nel villaggio di Mrat, provincia orientale di Day Az Zor, le truppe di Assad hanno scoperto una fossa comune di cento cadaveri, compresi molti bambini. Le condizioni della popolazione sono drammatiche. I primi convogli umanitari dovrebbero partire verso città e villaggi assediati domani o mercoledì al più tardi, annuncia l'inviato Onu, Staffan de Mistura: «È il momento di mettere alla prova l'accordo sugli aiuti umanitari». ©RIPRODUZIONE RISERVATA