Torturato a morte L’atroce fine di Giulio
di Maria Rosa Tomasello wROMA Il corpo di Giulio Regeni, lo studente italiano scomparso al Cairo il 25 gennaio e ritrovato cadavere mercoledì in un fosso alla periferia della città, porta i segni di una fine spaventosa. Il racconto del procuratore capo di Giza Ahmed Nagi è la descrizione di un delitto infame: «Il cadavere di Giulio presenta segni di tortura, bruciature di sigaretta, percosse, escoriazioni e un orecchio tagliato» rivela il magistrato. «E ci sono contusioni accanto agli occhi, come se fosse il risultato di un pugno». Il corpo, ritrovato sulla Desert road che dalla capitale conduce ad Alessandria, nell'immenso quartiere satellite chiamato Città del 6 Ottobre, «era nudo dalla cintola in giù». La sua è stata una morte «lenta», atroce. Il decesso, conferma l'autopsia, è stata provocata da un violento colpo alla testa vibrato con un corpo contundente, sul cadavere numerose ferite. Ma sull'omicidio del giovane ricercatore italiano, ucciso a 28 anni mentre era al Cairo per scrivere la tesi di dottorato, si intrecciano versioni diverse e contraddittorie, un imbroglio che va sciolto per arrivare alla verità. Per capire se Regeni sia stato vittima di criminali, o di apparati dello Stato. Nelle ore immediatamente successive al ritrovamento del cadavere infatti la polizia, attraverso il direttore dell'Amministrazione generale delle indagini di Giza, Khaled Shalabi, esclude «qualsiasi sospetto crimine» dietro la morte e parla di «incidente stradale». Niente segni d'arma da fuoco, dice, né di coltello. Ed è ancora diversa la ricostruzione del ministero dell'Interno che, con il portavoce Ashraf al Anany, smentisce la procura, parlando solo di «lividi e abrasioni» e di «assenza di segni di tortura, mentre fonti di stampa ipotizzano una rapina finita male. Da Roma, nelle stesse ore, l'ambasciatore Amr Mostafa Kamal Helmy, convocato dalla Farnesina, parla invece di «atto criminale», mentre si scopre che Giulio Regeni aveva confidato a un amico di avere paura. Preoccupazioni legate in particolare al suo lavoro di collaboratore del quotidiano "il Manifesto", per il quale si occupava soprattutto di movimenti operai e di sindacalismo indipendente e teneva i contatti con l'opposizione. «Alcuni mesi fa aveva espresso timori sulla sua incolumità - racconta a Radio Popolare Giuseppe Acconcia, collaboratore del giornale, che conosceva bene Regeni - e aveva chiesto di non essere citato o di essere indicato con uno pseudonimo. Questo non significa che si sia trattato di un arresto finito male, ma va preso in considerazione». Secondo un amico egiziano, citato dal quotidiano Al Ahram, il ricercatore ucciso gli aveva chiesto «contatti con attivisti del diritto del lavoro per intervistarli per la sua tesi». L'Italia vuole che sia fatta chiarezza. Mercoledì sera la notiza del ritrovamento del corpo provoca il ritiro immediato della delegazione italiana guidata al Cairo dal ministro dello Sviluppo Federica Guidi. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che parla di «crimine efferato», chiede «piena luce sulla preoccupante dinamica degli avvenimenti». In una telefonata al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, il premier Matteo Renzi sollecita «pieno accesso» alle indagini, spedisce al Cairo un team di sette investigatori di polizia, carabinieri e Interpol, e chiede la restituzione del corpo alla famiglia. Al-Sisi, riferisce l'agenzia Mena, annuncia a Renzi di avere ordinato al ministero dell'Interno e alla Procura generale di «perseguire ogni sforzo per togliere ogni ambiguità» e «svelare tutte le circostanze» della morte di Regeni, parlando di caso di «estrema importanza». Nelle scorse settimane al-Sisi era pubblicamente intervenuto per condannare la brutalità della polizia, coinvolta in una serie di scandali. A sera, conclusa l'autopsia, il corpo viene consegnato all'Ospedale italiano Umberto I del Cairo. I genitori dei giovane, accompagnati dall'ambasciatore italiano Maurizio Massari, hanno già affrontato la prova più straziante, riconoscere il corpo del figlio. Troppe ombre pesano sulla sua morte, su cui la procura di Roma apre una inchiesta per omicidio. Al Cairo gli amici di Giulio, convocati dai magistrati, raccontano le sue ultime ore. Alle 20 di lunedì 25 gennaio, quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, con le strade blindate per timore di manifestazioni di massa, Giulio è ancora vivo. Si muove, secondo testimonianze, dal quartiere in cui vive, el Dokki, verso il centro della città, dove è stato invitato a una festa di compleanno. È diretto dalla stazione metro di Bojoot a quella di Bar Al Louq, vicino proprio a piazza Tahrir. Cinque chilometri. È durante questi spostamenti che sparisce. Ma è possibile, racconta Acconcia, che qualcuno l'abbia notato: «Una giornalista ha raccontato di aver visto uno straniero arrestato di fronte all'università del Cairo dove nel 2013, dopo il colpo di Stato, c'erano state manifestazioni degli islamisti. Forse Giulio era andato lì a vedere se erano in corso proteste». ©RIPRODUZIONE RISERVATA