«Provenzano aveva protezioni»
PALERMO Parla per quattro ore: dei suoi rapporti con Bernardo Provenzano, una sorta di zio affettuoso che lo rimproverava bonariamente, della figura del padre, don Vito Ciancimino, il sindaco del sacco edilizio di Palermo vicino ai Servizi e «intimo» del boss corleonese. Accenna alla trattativa e alle protezioni di cui Provenzano avrebbe goduto grazie all'accordo stretto con pezzi dello Stato, agli affari di don Vito e a quando l'ex sindaco, negli anni '70, investì i suoi soldi in Milano 2, entrando di fatto in società con Silvio Berlusconi. Per più di quattro ore Massimo Ciancimino, superteste dei pm di Palermo che nel processo sul presunto patto tra istituzioni e clan veste anche i panni dell'imputato, racconta la sua verità. A interrogarlo, davanti alla corte d'assise di Palermo che celebra l'atto d'accusa a mafiosi, ex ufficiali del Ros ed ex politici, è il pm Nino Di Matteo, il magistrato che più ha creduto e puntato sulla sua testimonianza. La ricostruzione di Ciancimino parte dagli anni '70. Quando Bernardo Provenzano, compaesano di don Vito e latitante da un decennio, frequentava casa Ciancimino. «Settimanalmente», dice. Lui all'epoca lo conosceva come «ingegnere Lo Verde». Solo dopo tempo, vedendo una ricostruzione al pc del volto invecchiato, racconta, avrebbe riconosciuto nell'ingegnere Lo Verde il capomafia ricercato. «Ricordati che da questa situazione non ti può salvare nessuno», gli avrebbe detto il padre capendo che sapeva chi fosse il commensale abituale. Negli anni '80, quando il contrasto alla mafia divenne più serio, gli incontri divennero cauti. Ma, secondo il teste, don Vito e il padrino di Corleone si sarebbero visti anche negli anni delle stragi mafiose e più volte si sarebbero incontrati a Roma, in casa dell'ex sindaco. «Provenzano si muoveva liberamente grazie a degli accordi che erano stati stretti in anni passati, me lo disse mio padre», racconta.