QUELLA PAURA CHE CI RENDE MENO LIBERI

di GIANCESARE FLESCA Il terribile film girato ieri a Giacarta da un commando dello Stato islamico merita, al di là dell'orrore, qualche considerazione politica. In primo luogo non è vero che fra il Califfo e Al Qaeda ci sia un rapporto difficile, qualcuno dice concorrenziale. Nelle scorse settimane l'erede di Osama Bin Laden, il medico egiziano Ayman al Zawahiri ha messo in giro dopo mesi di silenzio una "fatwa", un messaggio politico-religioso... Diceva quel messaggio che «ormai i bravi fedeli dell'Indonesia, della Malaysia e delle Filippine debbono "colpire" tutti gli interessi occidentali e prepararsi a intraprendere il cammino della jihad, seguito con successo in altre regioni del mondo». L'istigazione qaedista è diventata subito pianificazione ed attacco da parte di Bahren Nain, capobastone locale dell'Is. Si conferma inoltre che il fanatismo predicato da al Baghdadi e compagni non si accontenta di mezze misure, di compromessi. La Jihad aveva colpito l'Indonesia due volte nel primo decennio del secolo, e la sua classe dirigente aveva pensato bene di passare una mano di vernice musulmana su questa "tigre" trainata dal profitto e dalla globalizzazione. Niente alcol, restrizioni per la libertà delle donne, adozione della sharia. Tutto questo non è bastato. L'Is vuole prendersi il Sudest asiatico e non solo, per creare un califfato in Oriente. In Afghanistan per ogni misfatto dei terroristi viene diffuso un bollettino con la dicitura "Fatah" ("vittoria") e dodici pagine di propaganda del Califfo. In Pakistan il leader di Jamat al Ahrar, importante organizzazione talebana, ha aderito allo stato dei tagliagole. Perfino in India, dove i musulmani sono il 12 per cento della popolazione, nella provincia del Kashmir contesa con Islamabad i miliziani locali sventolano la bandiera nera. Il progetto della mente di quest'operazione, che forse non è solo al Baghdadi, punta a saldare l'islamismo radicale delle repubbliche centro-asiatiche ora vassalle di Putin con quello dei cosiddetti mari caldi. L'unica consolazione dell'Occidente di fronte a questa cavalcata selvaggia è costituita dall'ipotesi che gli jihadisti colpiscano ovunque nel mondo perché ormai quasi sconfitti fra Iraq e Siria. Non è così. Intanto in Medio-Oriente il destino dello Stato islamico si intreccia con quello di altre organizzazioni terroriste (gli hezbollah libanesi, quelli di Hamas in Palestina e così via) e con i giochi sporchi dei servizi segreti di mezzo mondo. Basta pensare ai successi militari in Libia, sui cieli della quale volano misteriosi caccia, senza attendere la scadenza del 17 gennaio, data fissata per la formazione di un governo d'unità nazionale e le conseguenti deliberazioni dell'Onu. Insomma il Califfo è ben lungi da soccombere, mentre crescono le sconfitte occidentali da lui provocate. In primo luogo l'America. Obama può ben dire che lascia un Paese «più sicuro». Ma il radicalismo di Donald Trump nei confronti dei musulmani trova supporto sempre maggiore presso l'opinione pubblica. Più che la polemica sull'accoglienza e i fatti di Colonia fa male al prestigio di frau Merkel il fatto di aver pagato alla Turchia tre miliardi di euro per moderare un esodo che Erdogan non modera affatto, usandolo come arma di ricatto secondo il suo stile. L'attacco alle località turistiche provoca gravi danni all'economia di Paesi arabi anti-Is (o presunti tali), anche se alimenta la rabbia di quanti si vedono privati del loro unico commercio lucroso. I think tank e i servizi segreti di tutto il mondo riempiono le banche dati di notizie sull'Is, ma poi non si muovono o, se si muovono, fanno danni. E intanto l'Europa stravolta dai suoi rampolli arruolati in una guerra di cui essa è forse il principale obiettivo, continua a litigare e a legiferare sulla coltivazione della verza. Il tutto in un'atmosfera di rassegnazione alla paura che rende tutti noi meno liberi e colpisce la nostra dignità, inerte di fronte al terrore o pronta a fronteggiarlo col populismo dei muri confinari e con possibili restrizioni dei diritti civili o del progetto di un'Europa unita. Esattamente quel che vuole il Califfo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA