In vetrina il “saper fare” degli italiani
di Alessia Gallione wMILANO Ci sono le immagini dei paesaggi, delle architetture e delle opere d'arte in cui ci si immerge. Il simbolo dell'Italia migliore. Ma a raccontare il Paese a Expo sono soprattutto le storie del "saper fare" dei suoi abitanti. Una per regione. Piccoli grandi racconti di chi ce l'ha fatta e può rappresentare un pezzo di futuro. Ed è lì, di fronte alle statue che si animano nella prima sala di Palazzo Italia, che i visitatori dell'Esposizione possono trovare le "eccellenze" tricolori. Come Pina Amarelli, signora della liquirizia e undicesima generazione di una famiglia che dalla Calabria è arrivata a esportare in mezzo mondo. Anche l'olio marchigiano di Francesca Petrini per il 70 per cento prende la via dell'estero. Petrova Radoslava, invece, ha origini bulgare e in Toscana, a Marina di Carrara, ha fondato la prima cooperativa di donne pescatrici che rispettano i ritmi biologici del mare, puntano sulla filiera corta e il pesce povero. E poi la "seed saver" Carla La Placa, tornata nella sua Sicilia per salvare semi e cereali quasi estinti; il veneto Lorenzo Cogo, il "più giovane chef-imprenditore stellato" d'Italia; Massimiliano Brambilla che nell'Oltrepo pavese ha creato una cantina laboratorio dove università e associazioni sperimentano; Francesco Cucari che in Basilicata, a 22 anni, ha inventato un'app che aiuta a fare la racconta differenziata dei rifiuti. Innovazione verde. Tecnologia come quella che si intreccia alla terra di Sardegna: Daniela Ducato è stata premiata a Stoccolma come migliore innovatrice d'Europa nell'edilizia verde. La sua specialità: trasformare le eccedenze agricole in materiali per costruire. Eccole le storie che sta raccontando l'Italia a Expo. Gente "normale" che ha saputo però superare un limite e farlo diventare un punto di forza. Creatività e ingegno delle regioni da mettere in mostra. È quello che accade in un'altra stanza di Palazzo Italia creata per far vedere come sia possibile, nonostante tutto, trasformare un ostacolo in un'idea in grado, magari, di ridisegnare il futuro. Il progetto "Qr code", per dire, vuole affrontare l'emergenza "terra dei fuochi" in Campania e tracciare i prodotti sicuri utilizzando uno smartphone. In Liguria c'è chi si è inventato – Orto di Nemo, si chiama – un sistema di biosfere ancorate al fondo del mare di Noli per coltivare sott'acqua il basilico. Si chiama "Wow", invece, la tecnologia sviluppata da Unipd e Pavia e sperimentata in Piemonte per bonificare le acque radioattive. Tessuti dagli agrumi. In Sicilia, Adriana Santonocito ed Enrica Arena hanno lanciato una start up per creare tessuti per la moda dagli scarti dell'industria degli agrumi. La Toscana ha portato l'esperienza dei droni per controllare i campi, il Lazio l'unico impianto in Europa con serre ermetiche sterili che producono vegetali di alta qualità a prescindere dal clima esterno. È anche per questi racconti che la gente si sta mettendo in fila per poter varcare le soglie dell'edificio principale del Paese di Expo. Anche se il padiglione italiano è più vasto di quei piani. Lungo il Cardo, ogni giorno ci sono i produttori di Coldiretti che portano il meglio dei territori, organizzano mercati, degustazioni, appuntamenti e incontri. E, ancora una volta, dietro a ogni cibo c'è sempre una storia. Il vino ha un proprio padiglione dove si possono scoprire anche 1.300 etichette da tutta Italia. Il ruolo delle regioni. A rotazione, poi, ci sono le regioni che sbarcano negli spazi affacciati sulla via più corta dell'Esposizione. Con alcune presenze fisse. Come piazzetta Piacenza e il suo calendario di iniziative, l'Alto Adige Sudtirol con i suoi sapori e una scalata fino a una terrazza a tredici metri di altezza dove si possono ammirare i padiglioni e ogni sera viene organizzata una cena solo per due persone. La Sicilia ha portato i suoi acroliti (statue antiche di 2.500 anni simbolo della fertilità e della prosperità) e anima anche il cluster del bio-Mediterraneo. Ma pezzi di Italia (migliore) si possono trovare sparse per tutta Expo. Dagli architetti che hanno firmato diversi padiglioni allo stesso Albero della Vita cresciuto grazie a un pool di aziende bresciane. Dal cioccolato del Piemonte, Perugia e Modica nel cluster del cacao alla mostra appena inaugurata nello spazio di Eataly: un viaggio per immagini, dalle Dolomiti alla Sardegna, del fotografo pugliese Carlos Solito. Alta falegnameria. In piazza Italia si incontra una enorme tavola: si chiama "Pangea", è stata disegnata da Michele De Lucchi e modellata con un legno millenario della Nuova Zelanda e con le briccole, i pali recuperati dalla laguna veneziana. A forgiarla è stata la falegnameria Riva, che dal 1920 lavora a Cantù e collabora con i designer di mezzo mondo. Un'opera creata per il Padiglione Zero, pieno di sculture – e non solo – uscite dalle mani e dal sapere degli artigiani italiani. E poi le scenografie dei mercati lungo il Decumano immaginate da un premio Oscar come Dante Ferretti o gli "animatori" del padiglione dei bambini. Sono di "Reggio children", il centro internazionale che si ispira all'esperienza educativa delle scuole dell'infanzia di Reggio Emilia. Un'altra eccellenza che ha superato da tempo i confini nazionali. @AGallione ©RIPRODUZIONE RISERVATA