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Che Paese è quello in cui più del 42% dei giovani non riesce a trovare lavoro? Un lavoro qualsiasi. Non quello, ovviamente, che è auspicato dall'art. 2 della Costituzione e che risente sia della Politeia platonica sia dell'etica kantiana del dovere, ossia quel lavoro che essi, "secondo la propria natura e nel momento opportuno" (en katà phýsin kaì en kairôi), cioè per vocazione, vorrebbero e dovrebbero svolgere, e per il quale hanno studiato e si sono laureati. Platone è perentorio su questo punto: non c'è, non ci può essere giustizia (dikaiosýne) in una società in cui la Repubblica non garantisce ad ognuno l'opportunità (il kairón) di realizzare la propria natura (phýsis), la propria inclinazione naturale, la propria personalità (la persönlichkeit kantiana). Ecco perché la realizzazione di questa vocazione, di una siffatta personalità etica costituisce, secondo la Costituzione, addirittura un diritto inviolabile dell'uomo. Che Paese è mai quello che sacrifica invece tutta la sua migliore gioventù sull'altare delle esigenze create ad hoc dal mercato, dalla moda (ricordava, nell'Inno schilleriano alla Gioia, uno che di vocazione autentica se ne intendeva, Beethoven), sull'altare di una Patria soverchiata da un revisore trascendente, divenuto come una moderna divinità a cui deve render conto per evitare ulteriori castighi? Ma è forse ancora quella del sacrificio, dell'olocausto, la via per imbonirsi gli dèi? Non ci hanno insegnato nulla le Tragedie greche, le Scritture, la Storia? Ogni azione sacrificale nasconde sempre un inganno, un'intenzione inconfessabile, un retro-pensiero. E per ciò stesso, rende falsi, inattendibili e non degni di fiducia tutti coloro che la decidono, come pure, indirettamente, tutti quelli che la compiono. Una falsità che solo certa musica è capace di smascherare nell'intimo della coscienza dei corrotti, di snidare dalle pieghe torbide del loro animo. Eppure - tutti lo sanno, tranne forse gli stessi depravati - l'Italia è il Paese della musica: di Pergolesi e di Rossini, di Verdi e di Puccini, di Muti e di Pollini. L'Italia è la musica. L'Italia è la storia. L'Italia è l'arte. Malgrado la disaffezione manifestata dagli stessi Italiani, essa è e resta, anche se a essi non sembra, l'Iperuranio dove risiede ancora puro l'ideale dell'arte. Un ideale di bellezza di fronte a cui quello di tutti gli altri Stati si rivela come umile copia sublunare. Sono piuttosto gli italiani a non essere degni della loro Nazione. Tranne in qualche momento eroico - ricordiamolo, quest'anno ricorre il settantesimo della Liberazione -, non lo sono stati quasi mai. E tanto meno oggi. Che nazione è mai quella nella quale, oggi, appunto, dinanzi al dilagare della corruzione sistemica, ci si vergogna persino di esser nati? Come si deve considerare un Paese nel quale, quando è possibile, quando si è fortunati, dopo molti sforzi ed esborsi, dopo innumerevoli concorsi umilianti, si ottiene un posto di lavoro in età già avanzata? Un posto dal quale, nello stesso modo, risulta impossibile uscirne con una pensione dignitosa? Come considerare, dunque, questo Paese, se non come una colonia penale, dal momento che ha saputo creare la categoria degli esodati? Una figura tipica della tragedia kafkiana, degna del miglior teatro dell'assurdo. Gli esodati: residui di individui nell'era del post-individualismo; esseri abbandonati nel loro isolamento in una terra di tutti e di nessuno, quale è diventata ormai la nostra Italia repubblicana e democratica (ma forse lo è sempre stata, anche al tempo della monarchia); esseri senza Patria, privi di un vero senso di appartenenza. L'idea di "esodo" che i legislatori avevano in mente quando coniarono questo neologismo (risparmiandoci il solito eufemismo anglofono) fa pensare alle terribili marce della morte, il cui unico scopo, sotto tutti i regimi, era quello di sbarazzarsi di individui inutilizzabili. Pensiamo certo a quelle, strazianti, patite dai deportati in Polonia e in Germania sotto la dittatura nazista negli anni '40 del Novecento; ma anche a quella consumata nel deserto siriano a cui nel 1915 furono sottoposti agli Armeni sotto il governo dei Giovani Turchi. Nel 2015 ricorre il centenario di questo primo esterminio del Novecento, del Meds Yeghérn, del genocidio del popolo armeno. Che futuro può mai avere, dunque, un Paese che getta alle ortiche le sue migliori risorse per spremere quelle già sfruttate? Che non sa valorizzare se stesso? Che è dimentico di sé? E che si trastulla in questo sciagurato oblio? Franco Di Giorgi