Rapina ed estorsione ma la vittima è già morta

CUORGNÈ Rapina, danneggiamenti al capannone industriale, strani incidenti ed, infine, la richiesta del pizzo, 200mila euro, da consegnare in contanti «per essere lasciato in pace». Questa la vicenda che fa da sfondo al processo per l'estorsione, avvenuta nell'estate del 2013, ai danni di Mauro Aira, noto imprenditore di Cuorgnè, morto nel giugno dello scorso anno, all'età di 60 anni. Sul banco degli imputati, Antonio Gagliardi, 47 anni, di San Giorgio, ex collaboratore di giustizia e in quel periodo dipendente di Aira, e Dante Fuoco, 26 anni, di Rivarolo. Il primo, difeso dall'avvocato Michele Polleri, è accusato di rapina, estorsione e danneggiamento con l'aggravante del metodo mafioso. Il secondo, difeso dall'avvocato Franco Papotti, è a processo per il reato di estorsione. Ieri, martedì, sul banco dei testimoni è comparsa una stretta collaboratrice dello scomparso imprenditore, la sua contabile. La donna, per più di un'ora, ha raccontato come «in quell'estate del 2013 Gagliardi cominciò a comportarsi in maniera strana nei confronti di Aira. Gli chiedeva continuamente del denaro, sentivo che parlavano fra loro di personaggi come il Nicodemo Ciccia o Giovanni Iaria che lo stesso Aira aveva conosciuto nella sua vita da amministratore pubblico». «Mauro riceveva quasi quotidianamente delle telefonate - ha aggiunto la donna - . Io lo vedevo sempre più preoccupato. Quando, poi, subì la rapina in casa gli consigliai di rivolgersi ai carabinieri, ma Gagliardi disse che "la questione doveva risolversi in altro modo"». «La rapina avvenne nel luglio del 2013 - ha riferito la contabile - . Aira, un sabato sera, era tornato a casa, in frazione Salto di Cuorgnè, con la moglie e i figli. All'interno della villa lo aspettavano tre uomini incappucciati (Gagliardi, Ciccia e Macrì, secondo gli inquirenti, ndr) che gli puntarono contro una pistola. Pochi minuti e se ne andarono con un bottino di 2.700 euro presi dalla cassaforte. Prima, però, gli chiesero 200mila euro e lo minacciarono che sarebbero tornati». «Mauro non aveva certo problemi di denaro – ha sottolineato la teste ai giudici – , ma in quel periodo chiedeva sempre soldi. Mi offrii io stessa di prestargliene, piuttosto che attingere alle casse dell'azienda. Inoltre, paura e tensione lo spinsero, come mi fu riferito, a bere». La testimone ha parlato «dell'ambiguo atteggiamento del Gagliardi, da un lato collaboratore dell'imprenditore e dall'altro estorsore e componente della banda che lo stava minacciando». Il processo è stato rinviato al 10 luglio per ascoltare un luogotenente della compagnia dei carabinieri di Ivrea che coordinò le indagini che portarono all'arresto della banda della quale facevano parte i due imputati. Oltre a Gagliardi e Fuoco, infatti, altri due rivarolesi, Giovanni Catizone, 29 anni, e Donato Macrì, 46 anni, nel giugno dello scorso anno hanno patteggiato una pena di 2 anni. La posizione di una quinto imputato, Nicodemo Ciccia, 44 anni, di Busano, è stata stralciata. Ciccia, esponente della locale della 'ndrangheta di Cuorgnè, si è pentito e sta collaborando. Valerio Grosso