Si ustionò in un letto d’ospedale A giudizio medico e infermieri

di Mauro Giubellini wIVREA Quel ricovero nell'ospedale di Ivrea, l'8 gennaio del 2009, doveva rappresentare per una donna di Ivrea, allora 43enne, l'inizio di un percorso riabilitativo dopo anni vissuti tra momenti di serenità e mesi di cupa e profonda depressione. Era stata sottoposta ad un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso). Invece si è trasformato in un incubo, per lei, per la sua famiglia, per il medico e due infermieri presenti nel reparto psichiatria. Poche ore dopo il suo ingresso nel nosocomio, infatti, la giovane venne colta da una crisi dovuta alla patologia di cui era sofferente. Come prevede il protocollo fu contenuta al lettino con alcune fasce. Poi il dramma. La donna tentò di liberarsi. Dapprima cercò di slacciare le fasce e poi diede fuoco alle stesse con un accendino. Le fiamme aggredirono lenzuola e materasso. In pochi istanti si sviluppò un rogo. Fu salvata dal personale medico, ma rimase seriamente ustionata. «E da allora - confidano i genitori, entrambi presenti in aula - sono iniziati quattro calvari. Quello fisico e psichico, per recuperare nostra figlia sia dal punto di vista psicologico che fisico. Decine di interventi, centinaia di visite. Tutte documentate. Poi quello giudiziario. Fu accusata di incendio doloso. Noi che ci sentivamo vittime, fummo costretti a difenderci. Accusa da cui nostra figlia fu assolta. Il terzo è stato quello del risarcimento del danno. Ad oggi non abbiamo ricevuto nulla da nessuno. Nonostante le mille promesse. Il quarto calvario è stato lo sconvolgimento della vita familiare. Da quel giorno nulla è stato più come prima». Fecero anche un esposto alla procura della Repubblica sull'accaduto. Contro ignoti. I magistrati ordinarono delle indagini. E martedì mattina, in aula penale, davanti al giudice Ludovico Morello sono comparsi il medico psichiatra Priamo Marras, 42 anni, difeso d'ufficio dall'avvocato Angioletta Bertoldo, Caterina Pagliani, 40 anni, infermiera, difesa dall'avvocato Mauro Bianchetti del foro di Ivrea e Alessandro Fabio Cappuccio, 42 anni, infermiere, difeso dall'avvocato Lorenzo Bianco, anch'egli del foro di Ivrea. Sono accusati di aver provovato lesioni personali gravissime per imperizia, negligenza e imprudenza. «È una situazione delicatissima che affrontiamo con determinazione ma anche con grande serenità poichè riteniamo che i nostri assistiti siano essi stessi vittime - affermano gli avvocati difensori, Bianchetti e Bianco - Siamo fermamente convinti di poter dimostrare come il protocollo medico, a fronte della patologia della paziente sia stato meticolosamente e doverosamente rispettato. La paziente era stata messa nelle condizioni ideali per superare la crisi di irrequietezza. All'epoca dei fatti la disponibilità dell'accendino era consentita poichè gli ospiti del reparto di psichiatria avevano regolarmente accesso a piccoli spazi aperti dove poter fumare, se lo volessero. I nostri assistiti hanno poi tempestivamente prestato soccorso, ma, ripetiamo, precedentemente non erano assolutamente venuti meno alle regole del protocollo e non solo per prassi e consuetudine». La prossima udienza del processo è stata fissata il 17 aprile. In quel contesto il giudice ascolterà decine di testimoni per cercare di ricostruire nel dettaglio cosa accadde quel maledetto gennaio di sei anni fa.