Alba, lutto per il papà della Nutella
ROMA Un mazzo di fiori, all'ingresso dello stabilimento e tanta tristezza per le strade. Alba si prepara così a dare l'ultimo saluto a Michele Ferrero. Nelle prossime ore la salma dell'imprenditore, che con i suoi dolci ha portato nel mondo la capitale delle Langhe, sarà trasferita da Montecarlo, dove è morto, nell'azienda, dove domani verrà allestita la camera ardente. Funerali mercoledì mattina in cattedrale. Sulla facciata del municipio le bandiere resteranno a mezz'asta fino all'ultimo saluto. E mercoledì sarà lutto cittadino. Perché «Alba è Alba grazie alla Ferrero», dicono gli albesi con lo sguardo rivolto a terra e gli occhi lucidi per la commozione. Davanti allo stabilimento di piazzale Pietro Ferrero, il papà di Michele che per primo iniziò a fare dolci, come per le vie del centro. «La città si è risvegliata triste e in raccoglimento - osserva il sindaco, Maurizio Marello - in piena sintonia con il carattere e lo stile di Michele». O Michelino, come ancora oggi lo chiamano i vecchi del paese. «Era uno di noi», sottolineano gli albesi. L'italiano più ricco del mondo, il capitano d'industria che ha portato ovunque l'azienda con il suo nome, che non ha mai dimenticato le sue umili radici. E che salutava tutti i dipendenti come qualcuno di famiglia. «Quando lo incrociavo con il camion, mi salutava con i fari», ricorda un autista della Ferrero ormai in pensione. «Lavoro qui da trent'anni e, prima di me, ci lavorava mio padre», dice un dipendente Ferrero al cambio turno delle 14. «Al signor Michele posso soltanto dire grazie», aggiunge col groppo in gola, mentre i colleghi si allontanano con passo svelto per non farsi prendere dalla commozione. Commosso è invece il ricordo di Gianni Mercorella, per vent'anni il segretario personale del papà della Nutella. «Quando l'ho visto l'ultima volta, per gli auguri di fine anno, ci siamo dati appuntamento per il prossimo 26 aprile, per festeggiare insieme i suoi 90 anni. Ma le cose sono andate diversamente...». Impossibile considerare soltanto come il proprio datore di lavoro quell'uomo «esigente, serio, determinato», per nulla affascinato dalla mondanità né dai facili guadagni della finanza, che si presentava in fabbrica alle tre di notte per controllare la produzione degli ovetti Kinder. O che la vigilia di Natale costringeva il suo segretario a restare con lui in ufficio, a lavorare. «Uscendo, però, comprò dei fiori - ricorda - e mi disse di portarli a mia moglie, per scusarsi di avermi sottratto alla famiglia il 24 dicembre». Il figlio Giovanni è da qualche anno al vertice della società.