Tripoli, strage in hotel Commando kamikaze uccide guardie e ospiti

di Maria Rosa Tomasello wROMA Un sanguinoso attacco kamikaze nel centro di Tripoli scuote la Libia mentre lo Stato islamico progetta di trasformare le coste del Paese nella base per invadere l'Europa, sfruttando l'immigrazione clandestina, e a Ginevra sono in corso i colloqui di pace tra la delegazione del governo riconosciuto dalla comunità internazionale, guidato da Abdullah al Thani, insediato a Tobruk, e i rappresentanti delle forze islamiste che controllano Tripolitania e Cirenaica. Il bilancio di una giornata ad altissima tensione nella capitale, caduta in agosto in mano al premier islamico Omar al-Hassi, è ancora incerto. Dodici o tredici i morti: tre uomini della sicurezza, cinque stranieri – un americano, un francese, due filippini e un sudcoreano – forse un libico, e gli attentatori (da tre a cinque), che restano uccisi nell'assalto al lussuoso Corinthia Hotel, proprietà maltese, un tempo sede di uffici governo, ambasciate, media e imprese. Al suo interno, al momento dell'assalto, c'è lo stesso premier Al-Hasi, probabilmente vero l'obiettivo degli attentatori, che viene messo in salvo dai suoi. Il blitz comincia alle 8, quando un'autobomba esplode davanti all'albergo e un commando armato fa irruzione sparando e uccidendo dentro la hall. Il gruppo riesce a raggiungere il 24° piano, dove si barrica con alcuni ostaggi per ore finché, ormai senza via di fuga, i componenti del gruppo si fanno esplodere. A rivendicare l'azione è il ramo libico dell'Is, insediato nel cosiddetto "Califfato di Derna": è una vendetta, spiegano gli jihadisti, per la morte in carcere, negli Usa, di Abu Anas al Liby, leader di al Qaeda, ritenuto la mente degli attentati del 1998 alle ambasciate Usa in Africa. Ma l'attribuzione è dubbia: per il direttore della Sicurezza centrale di Tripoli, Omar Khadrawi, il gruppo era composto da ex appartenenti alle guardie di Gheddafi. Per i servizi maltesi, invece, dietro il blitz potrebbe esserci la mano del governo "legittimo" di Tobruk. L'Is, intanto, torna a minacciare di morte Kenji Goto, l'ostaggio giapponese rimasto in vita dopo l'uccisione del compagno di prigionia, e con lui il pilota giordano Muadh Kabassbe. In un messaggio audio il giornalista annuncia un nuovo ultimatum di 24 ore a Giappone e Giordania per la liberazione della "vedova nera" Sajida al-Rishawi, detenuta in Giordania: «Per favore – implora – non lasciateci morire». Un rapporto dello Stato Islamico ripreso dai media libici, la cui autenticità non è verificabile, rivela intanto che l'Is punta alla Libia «per arrivare in Europa» con i migranti «e trasformarla in un inferno». ©RIPRODUZIONE RISERVATA