La bella e commovente storia di una nonnina di 92 anni
Salve Gent, giornata piovosa e fredda. Parto e vado a trovare una nostra Cichineta. Non cammino tanto a piedi, la macchina mi porta quasi da lei, insieme a un mio Cichineto che mi accompagna. La chiamiamo, lei si affaccia e mi fa entrare. L'amico che mi ha accompagnato ci saluta e va via, perché mi dice che lei è molto riservata e magari la sua presenza la mette in difficoltà. Lei è felice di vedermi, "Sono anni che avrei voluto conoscerti", dice, ed entro in casa dove mi fa sedere. Vuole offrirmi il caffè e le dico che l'ho già preso a casa. Allora si siede anche lei, nella sua casetta semplice un po' fuori mano, un po' lasciata andare. Mi dice "Io uso solo queste due stanze, il resto sono anni che è vuota". E così incomincia la storia della nostra Cichineta… «Da bambina mio padre mi porta in Francia con lui a lavorare. Avevo 11 anni, papà faceva il contadino e così mi aveva insegnato a potare le viti e ad accudire le bestie. Con lui abbiamo fatto tante stagioni, poi papà e mamma sono venuti a mancare. Io per 17 anni sono sempre andata nella medesima cascina a lavorare, ma morti i miei genitori, quando andavo a lavorare in Francia abbandonavo la mia poca terra in Italia… Ero sola, prima a casa c'era la mamma che accudiva la terra mentre io e papà eravamo in Francia. Come fare? Cambio lavoro, vado a vivere ad Ivrea e a lavorare alla Zanzi. In principio, per me che ero abituata a lavorare nei campi, è stata dura, ma poi ha iniziato a piacermi la mia nuova attività. Da sola accudivo anche la vigna e le castagne, e tiravo avanti. Ecco che viene il brutto: la Zanzi non va bene, chiude e rimango a casa. Con quella poca terra non potevo vivere, e così vado a servizio. Il lavoro era duro ma tutti i giorni potevo per lo meno mangiare. Avevo quattro posti dove prestavo servizio durante la settimana. Un giorno una delle quattro signore che servivo mi dice: "Senti, è un anno che lavori per me, sono contenta di te, vuoi lavorare da me fissa tutto il giorno?". Quello è stato il giorno più bello della mia vita. Avevo di nuovo un lavoro sicuro». La Cichineta si ferma, mi guarda, che vita! Le offro una caramella e le chiedo se si ricorda di quando ha mangiato la sua prima caramella, e lei mi dice: «Si che mi ricordo! Era una caramella molle, me la regalò una signora…». Le dico di spiegarmi come mai gliel'avesse regalata, e lei mi risponde: «D'inverno papà era a casa, allora si prendeva due mucche in più, la mamma faceva il burro. Era in tempo di guerra, io ero piccolina, la mamma il burro lo vendeva ma bisognava portarlo a destinazione e non si poteva. Si diceva "borsa nera" allora. Come fare? Mia madre mi preparava un baracchino che sotto aveva il burro e sopra il latte che lo nascondeva. Un giorno ci fermano al posto di blocco e volevano vedere cosa c'era nel baracchino: io levo il coperchio e loro vedono il latte; così chiedono a mia madre dove portavamo quel latte e lei risponde che lo stavamo portando all'asilo. Con quella bugia ci andò bene, ed ecco come ricevetti la mia prima caramella, cioè dalla signora alla quale portai il burro». Le faccio ancora una domanda: Come mai non ti sei sposata? Gli occhi le si abbassano, prende fiato e con rassegnazione prosegue: «Mi ero fidanzata, era un bravo ragazzo francese, anche mio padre lo conosceva, mi voleva bene, lavorava nella cascina con me e mio padre, si parlava di sposarci, avevo conosciuto anche i suoi genitori… Eravamo tutti felici. Ma un brutto giorno capita la tragedia con il trattore, che si capovolge e lo schiaccia. Piange raccontandomi questo momento triste della sua storia. La consolo, si riprende e mi dice: «Sono andata ancora tanti anni a lavorare in Francia e sono sempre andata a trovare i genitori di lui. Mi volevano bene come al loro figlio. Ero giovane, avrei potuto rifarmi una storia, ma non ho voluto. Mi bastava il suo ricordo, e poi avevo mamma e papà da accudire». Si alza dalla sedia, va a prendere una scatola di cartone con dentro delle fotografie e mi fa vedere i suoi genitori. Poi se ne prende una in particolare, la bacia e me la fa vedere: «È lui, il mio uomo. Tu sei l'unico che ha visto questa fotografia». Con quelle parole gela un po' l'atmosfera. Una mente lucida con i suoi 92 anni, ancora autosufficiente. Con affetto, l'abbraccio con la promessa che prima di Natale andrò nuovamente a trovarla. Lei mi risponde: «Ti aspetto, un piccolo regalo della Giostra». Mi congedo da lei, mi stringe la mano e mi dice: «Tanti mi vogliono bene, adesso anche Cichineto». Vos Cichineto