Napolitano a testa alta davanti ai giudici
di Natalia Andreani wROMA Tre ore e un quarto per rispondere alle quaranta domande dei pubblici ministeri e degli avvocati di imputati e parti civili. Tanto è durata la testimonianza resa ieri dal capo dello Stato, Giorgio Napolitano, davanti ai giudici e giurati della Corte di assise di Palermo nel quadro del processo a ex boss della Cupola e uomini delle istituzioni, sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Le parti sono arrivate al Quirinale poco prima delle dieci del mattino e sono state ricevute nella Sala del Bronzino dove si è poi svolta l'udienza. E il presidente della Repubblica - tutti in piedi al suo ingresso in sala - ha risposto con piglio e grande rigore istituzionale alle domande che gli sono state poste. Anzi: in un'occasione ha pregato il presidente della Corte, Alfredo Montalto, di poter soddisfare anche quesiti ritenuti dalla stessa inammissibili. «Voglio fare contento l'avvocato...», ha detto a un certo punto riferendosi al legale di Totò Riina, l'ex capo dei capi di Cosa nostra detenuto dal gennaio del 1993 in regime di 41 bis e oggi sul banco degli imputati assieme a Bernardo Provenzano e ad altri boss mafiosi. Napolitano, 89 anni, ha risposto con scrupolo e puntigliosità. E pur ammettendo qualche vuoto - «Non crederete mica che abbia la memoria di Pico della Mirandola», ha detto a un certo punto - in realtà ha persino ripreso l'avvocato che rappresenta in giudizio il Comune di Palermo per alcune inesattezze nella sua ricostruzione dei fatti risalenti al 1992-1993, gli anni delle stragi di Falcone e Borsellino e poi delle bombe a Roma, Milano e Firenze. Alla deposizione del Presidente non era ammessa la stampa. Ed è stata negata anche la diretta audio. Ma nel pomeriggio di ieri dal Colle è arrivato l'auspicio che la deposizione del Presidente sia trascritta con la massima celerità e messa agli atti del processo. Deposizione che secondo la maggior parte degli avvocati non ha aggiunto nulla poichè di fatto marginale rispetto alle contestazioni mosse agli imputati dai pm palermitani. Napolitano avrebbe spiegato di non avere mai saputo di patti fra Stato e mafia per fermare le stragi e ha difeso la memoria del suo ex consigliere al Colle, Loris D'Ambrosio, che in una lettera scritta prima di morire aveva espresso timore di essere stato, ai tempi del suo incarico al Dipartimento amministrazione penitenziaria, capro espiatorio di «indicibili accordi». D'Ambrosio, avrebbe rimarcato il presidente, voleva invece dimettersi perché, esasperato e scosso, vedeva messa in dubbio la sua lealtà di servitore dello Stato, dopo la campagna mediatica seguita alla pubblicazione delle sue intercettazioni con l'ex ministero dell'Interno Nicola Mancino (che si trova alla sbarra per falsa testimonianza e i cui avvocati - visto il no alla partecipazione degli imputati all'udienza al Colle - hanno presentato ieri un'istanza di nullità dell'intero processo). D'Ambrosio era una persona di una lealtà, correttezza e preparazione giuridica che se avesse avuto qualcosa più di un'ipotesi, sarebbe andato all'autorità giudiziaria a denunciare tutto, avrebbe puntualizzato ancora il Presidente. Quanto all'esistenza di un allarme attentati nei propri confronti durante quei mesi bui, Napolitano - allora presidente della Camera- ha detto che la cosa rientrava nella norma. Terminata l'udienza, in piazza del Quirinale gli avvocati degli imputati non si sono negati a microfoni e telecamere. Anzi. E a sera, a verbale non ancora trascritto, sono cominciate a filtrare anche le anticipazioni rese "in esclusiva" dai pm dell'accusa a trasmissioni televisive. Come quella del pm Nino Di Matteo a "Servizio pubblico" di Michele Santoro: un'intervista dove il magistrato spiega che Napolitano parlò della percezione di «un ricatto di Cosa nostra» nei confronti delle istituzioni. ©RIPRODUZIONE RISERVATA