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Ecco come Dante Volpe voleva essere ricordato. Come appare nella foto-ricordo, a cavallo, nel pieno del suo fulgore di condottiero di quella festosa rappresentazione della vita, che è lo Storico Carnevale di Ivrea. Nella scintillante alta uniforme di ufficiale Generale dell'armata napoleonica, con la feluca a due punte, il cipiglio fiero del capo, che guarda lontano... Una specie di piccolo nostro domestico Gattamelata, che solca a cavallo la rosseggiante marea di berretti frigi, simbolo della libertà, che lo ama e lo osanna. A questo punto è però opportuno chiarire che cosa è il Carnevale di Ivrea. Per molti un periodo che precede la quaresima, occasione di divertimenti, licenze, sollazzi. Per pochi, e tra questi molti eporediesi, una cosa seria in cui credere, una rievocazione storica di antiche vicende, un impasto di cose vere e di suggestive leggende, un patrimonio di cultura da mantenere e tramandare. Con molti personaggi buoni (la Mugnaia, il Generale ed altri) e molti meno buoni (il turpe tiranno che non vuole rinunciare al cosiddetto ius primae noctis). Il tutto in un turbinio di sfilate, cerimonie, battaglie (delle arance), benedizioni vescovili, rullare di tamburi, sibilo di pifferi, entusiasmo dei cittadini, ciascuno nel suo ruolo. In una magica atmosfera impregnata dal profumo delle arance che non riesce a spuntarla sul più forte e concreto profumo dei fagioli grassi, distribuiti gratuitamente a ricordo di quando al popolo era concesso, una volta all'anno, di fare il pieno di proteine e vino. Di tutta questa complessa e rutilante macchina, Dante Volpe è stato per molti anni impareggiabile interprete. Per una decina di mesi dell'anno gestiva il negozio avito di stoffe e tessuti, ma quando arrivava febbraio era il momento di dedicarsi anima e corpo al Carnevale, in cui si identificava e credeva. E allora non era più il placido mercante inteso alla moneta, di gozzaniana memoria, ma, vestiti i panni del suo alto pubblico ufficio, il capitano che guidava al meglio la manifestazione, con lo stile che gli era proprio, all'altezza della tradizione e delle aspettative della nobile città di Ivrea. Un tuffo tra storia e leggenda, fantasia e realtà, spettacolo ed immagine, allegoria della vita, splendore del potere, fascino del comando. In questa ottica, non credo gli renda giustizia ricordarlo negli ultimi anni della sua vita, ormai piagato e appannato dagli insulti della vecchiezza, cogitabondo, improbabile filosofo, impegnato oltre le sue forze alla ricerca nientemeno che di ipotesi circa la vita e la morte dell'uomo e del suo rapporto con Dio. La verità è che il vero Dante era quello nel pieno della sua vigoria, fisica e mentale, un vincente, il capitano vittorioso che si riconosce nella fiera immagine del condottiero. Ruolo nel quale chiede espressamente di essere ricordato. È in questo spirito che lo saluto e ricordo dedicandogli alcuni versi del poeta Garcia Lorca che sembrano scritti apposta per lui: "Voglio vedere qui gli uomini di voce dura. Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi: gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano, con una bocca piena di sole e di sassi. Qui io voglio vederli. Davanti alla pietra. Davanti questo corpo con le redini rotte. Voglio che mi mostrino l'uscita per questo capitano legato dalla morte". Antonio Raucci