Richiedenti asilo, 150 in Canavese
IVREA Ivrea, come da tradizione consolidata, muove i suoi passi per accogliere i richiedenti protezione internazionale e i rifugiati. Dalla seconda metà dello scorso anno, 160.000 persone sono sbarcate in Italia, ma, il dato triste è che 11.000 di questi sono minori non accompagnati. Sull'argomento si è discusso venerdì scorso nella sala Consiglio con Augusto Vino, assessore alle politiche sociali, Daniela Di Capua, direttore del sistema centrale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati e Cristina Molfetta, presidente del coordinamento "Non solo asilo" di Torino. «Nel nostro territorio sono 150 le persone giunte sia attraverso il canale Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) sia attraverso il canale degli avvisi pubblici della Prefettura di Torino - ha spiegato Vino -. Quello che fin da ora possiamo prevedere è che questo numero aumenterà, anche grazie al fatto che, fortunatamente, con l'operazione Mare nostrum gli incidenti sono diminuiti». L'incontro, fortemente voluto al fine di promuovere un confronto tra le amministrazioni comunali, le sedi aderenti allo Sprar e gli altri Comuni del territorio, è servito anche per far prendere consapevolezza di come funziona la procedura d'accoglienza per i richiedenti asilo. «Innanzitutto vi è il primissimo soccorso, dopodiché le persone vengono trasferite nei centri di smistamento, che sono fondamentalmente dei grossi centri d'accoglienza, e lì vengono presi i loro dati anagrafici - ha raccontato Di Capua -. Solo a questo punto gli immigrati vengono trasferiti nei centri Sprar limitrofi al centro d'accoglienza. Quello che il tavolo, nato dopo l'emergenza nord Africa, ha fatto è elaborare un piano, che includesse anche l'ampliamento dei posti nei centri Sprar, con l'annessa semplificazione delle procedura in maniera tale da accelerare le tempistiche. La nascita di questo tavolo è un passo straordinario, perché per anni non c'è stato nessuno a gestire la situazione e, per la prima volta, abbiamo un allineamento tra il Governo e i tecnici che si occupano dell'argomento». Ma cosa potrebbe migliorare per far sì che queste persone siano a proprio agio in un territorio a loro sconosciuto, in cui tutto è nuovo e dove non c'è alcun punto di riferimento? Una proposta arriva da Molfetta, che ha illustrato un ambizioso progetto: «Quando le persone arrivano, sarebbe utile individuare quelle fragili, per esempio le vittime di violenza, o malati o coloro che hanno subito un lutto, e assisterli. Inoltre sarebbe fondamentale dargli una mano a mantenere i legami familiari o d'amicizia per loro significativi. Terminato il periodo d'accoglienza bisognerebbe avere ben chiari dei programmi specifici per accompagnarli a quella che è la vita fuori dal centro». Sara Pavan