L'altro aereo fuori posto Dotto non aveva colpe
di Mauro Giubellini wSAN GIUSTO «Era lei a essere nel posto sbagliato al momento sbagliato». È questa la sintesi della notizia, secondo quanto emerge dall'inchiesta, che ha improvvisamente riaperto una finestra sulla tragedia dello scorso 19 agosto quando nei cieli di Ascoli Piceno si scontrarono due Tornado impegnati in un'esercitazione. Uno dei due aerei da combattimento era pilotato dal trentunenne maggiore Alessandro Dotto, nato e cresciuto a San Giusto. Morirono in quattro. Ai comandi del secondo velivolo c'era il capitano Mariangela Valentini, 31 anni, pilota di squadriglia del 154esimo Gruppo volo del sesto stormo. Lei aveva già colpito il suo obiettivo virtuale e avrebbe dovuto salire a quota diecimila piedi (circa 3000 metri) e non trovarsi ai mille piedi (300 metri), quota a cui invece volava quando apparve il secondo tornado dei Diavoli rossi, anch'esso decollato dalla base militare di Ghedi. Con Dotto e Valentini persero la vita i due rispettivi navigatori: Giuseppe Palminteri (con Dotto) e Paolo Piero Franzese (con Valentini). A due mesi dalla sciagura un pool di esperti ha ipotizzato che l'aereo da guerra fuori rotta fosse di Mariangela Valentini, anche se la lettura delle scatole nere non è ancora stata completata. «Naturalmente il fatto che il capitano Valentini si trovasse alla quota sbagliata non significa che abbia avuto delle colpe», ha tempestivamente precisato il capo della procura militare di Verona Enrico Buttitta e il suo sostituto procuratore Luca Sergio, che si stanno occupando delle indagini assieme ai magistrati della procura ascolana e alla Commissione investigativa dell'Aeronautica militare. È stato spiegato ai giornalisti che Mariangela Valentini dopo aver centrato il suo obiettivo avrebbe dovuto "risalire" in pochi secondi e non rimanere a quota 1000 piedi, altezza stimata dell'impatto. Lì, tendenzialmente, avrebbe dovuto esserci il cacciabombardiere di Dotto che invece doveva ancora iniziare l'azione ed inoltre resta un giallo di fondo:gli obiettivi dei due cacciabombardieri erano a 29 miglia (marine) l'uno dall'altro. Perchè le rotte si sono incrociate? Dall'Aeronautica militare nessun commento e massimo riserbo, come è stato sin dal giorno della tragedia. «Nulla da nascondere, ma è inutile diffondere notizie senza avere delle certezze» - precisano i vertici militari della base di Ghedi. tutto questo mentre dei sofisticatissimi droni sorvolano ripetutamente i dieci chilometri quadrati dell'area dello scontro e trasmettono dati ad un computer per realizzare una mappatura esatta al centimetro ricostruendo, attraverso la posizione di ogni singolo pezzo ed oggetto (e sono oltre tremila) recuperato a terra, l'esatta traiettoria dei due tornado in quella che è stata definita una moviola immaginaria Scenari di tecnologia avanzatissima che non sfiorano il cuore del papà, della mamma e del fratello di Alex Dotto. Lino, Linetta e Alberto hanno parole e toni, sguardi ed atteggiamenti di profonda serenità, quella stessa serenità palesata nei giorni in cui il dolore straziava le loro anime: «Abbiamo sentito la notizia dal telegiornale seduti a tavola - ricorda la mamma di Alessandro Dotto - L'Aereonautica militare ci tiene costantemente aggiornati ma sapere se sia stato un errore umano o un guasto meccanico a provocare la collisione ci lascia indifferenti. Siamo stati consapevoli sin dal giorno in cui il nostro Alessandro si è messo ai comandi di un jet i rischi che correva. Lui amava il suo lavoro e lo faceva con passione. La stessa che univa tutti i piloti del suo stormo e che lo rendeva felice ed orgoglioso». Anche gli amici più vicini alla famiglia condividono il pensiero: «Sapere che uno dei due piloti ha sbagliato e quel pilota non era Alessandro è un dettaglio insignificante. Alex ci raccontava che quando uno stormo si alza in volo si è uno delle mani dell'altro. E con quella cieca fiducia si va verso la vittoria o verso la morte».