UN PUZZLE PERICOLOSO PER BARACK
di RENZO GUOLO Alla vigilia del tredicesimo anniversario dell'11 settembre, Obama annuncia la sua strategia contro lo Stato Islamico destinato, nelle intenzioni, a essere prima contenuto e poi distrutto. Niente truppe a stelle e striscie a terra, come si sapeva. Dopo le guerre di Bush, in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003, il presidente non vuole più impantanarsi nelle sabbie della Mezzaluna. Anche se invierà quasi 500 "consiglieri militari" nell'area, portando a un migliaio gli effettivi che dovrebbero addestrare il sin qui poco efficiente esercito di Baghdad. Niente escalation da sindrome vietnamita, dunque: il modello è la guerra dell'aria già in corso in Somalia e Yemen. Ma come il presidente sa, e mostrano i risultati nel Corno d'Africa e nella penisola arabica, nessuna guerra si vince solo dal cielo: qualcuno deve pur mettere gli stivali a terra. E qui iniziano i problemi. La gestione della doppia coalizione, composta dai principali paesi occidentali, Italia compresa, e dagli alleati sunniti, è politicamente complicata. Lo Stato Islamico è un pericolo mortale per gli stati della regione ma ciascuno di questi entra nella coalizione con obiettivi che possono indebolirne l'azione. I sauditi, che con gli jihadisti hanno a lungo flirtato in funzione di opposizione all'asse sciita, si sono resi conto che la proclamazione del Califfato mette in discussione la loro leadership religiosa sul mondo islamico. E, dunque, hanno interesse a toglierlo di scena: ma non per questo rinunciano a conficcare la loro punta di lancia nel cuore della Mesopotamia per mettere in difficoltà gli odiati sciiti. I turchi puntano a rovesciare Assad e dare profondità strategica alla loro svolta neottomana ma vedono come fumo negli occhi il rafforzamento di un Kurdistan armato, e di fatto indipendente, nel nord dell'Iraq destinato a fare da magnete per i curdi turchi; inoltre Ankara simpatizza con i Fratelli Musulmani siriani. Gli egiziani, invisi ai turchi ma forti dell'alleanza con i sauditi, sono invece decisi a mettere fuori gioco qualsiasi tipo di organizzazione islamista, anche quelle non jihadiste come i Fratelli Musulmani, già schiacciati in riva al Nilo, percepite come un pericolo per la stabilità dei regimi. Resta poi un nodo difficile da sciogliere. Per essere sconfitto lo Stato Islamico deve essere battuto su due fronti, quello iracheno e quello siriano. In Iraq Obama punta sul nuovo governo, sempre dominato dagli sciiti. In Siria l'America intende guardare all'opposizione non islamista, la stessa che solo qualche mese fa la Casa Bianca dipingeva come un coacervo di "commercianti e farmacisti" destinato alla sconfitta. Per la prima volta, Obama ha annunciato che i bombardamenti avverranno anche in territorio siriano. Ma un simile attacco, ovviamente percepito come un aggressione da Damasco e dai suoi protettori russi e iraniani, può essere accettato silenziosamente dal regime solo se la contropartita è l'abbandono della pregiudiziale anti-Assad, invece ribadita da Obama. Anche perché a contenere sul campo lo Stato Islamico è proprio l'asse sciita formato dal regime siriano, dagli Hezbollah libanesi e dall'Iran, che in Iraq sostiene attivamente il governo di Baghdad. Il paradosso è che gli Usa sono alleati con il governo iracheno, non certo ostile all'Iran, mentre combattono il governo siriano dominato dagli alauiti, setta di derivazione sciita, sostenuto da Teheran. Un puzzle politico e confessionale che solleva la questione, rimossa, del ruolo iraniano. Non vi sarà alcuna stabilità nella regione sino a quando non cesserà la guerra per procura che da decenni si combatte tra sauditi e iraniani. Solo se l'Iran verrà coinvolto nella gestione dell'area, riconoscendogli il ruolo di potenza regionale, il conflitto potrà perdere d'intensità. Altrimenti è destinato a proseguire. Obama, che pure è intenzionato a riconoscere quel ruolo in cambio della chiusura del negoziato sul nucleare, è contrastato sul punto dalla destra repubblicana e da Israele e sauditi. Insomma, il presidente riluttante entra in un gioco dove al successo militare può corrispondere uno scacco politico che rischia di minarne il consenso e la rivendicata leadership mondiale dell'America, sempre più difficile da esercitare in un mondo che le chiede di intervenire, ma non di determinarne i destini. ©RIPRODUZIONE RISERVATA