Canavese, 900 lavoratori a rischio

di Rita Cola w IVREA «Non vogliamo solo mettere insieme le disgrazie, ma sottolineare che se non c'è una svolta delle politiche industriali, da questa situazione non se ne esce». Federico Bellono, segretario provinciale Fiom, è stato in questi giorni impegnato a Fiumana, la festa dei metalmeccanici della Cgil in programma a Torino fino a sabato 13: incontri, dibattiti, analisi. Il lavoro che non c'è, la crisi che continua a mordere, le imprese che resistono, ma che stanno consumando tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione. L'autunno si annuncia (molto) difficile. I numeri della provincia di Torino sono impietosi, preoccupanti quelli del Canavese. Se, infatti, per la Fiom, sono circa 14.000 i lavoratori di 130 aziende metalmeccaniche di Torino e provincia a rischio che stanno usando pesantemente gli ammortizzatori sociali, in Canavese sono 900. Un numero tutt'altro che piccolo se si considera che i metalmeccanici in Canavese sono circa cinquemila. Che situazione vede, dal suo osservatorio? «Vedo che nei prossimi mesi le restrizioni alla cassa integrazione in deroga si accompagneranno agli effetti di una crisi che continua riducendo il lavoro e strangolando finanziariamente le imprese. Noi abbiamo monitorato le aziende già oltre la cassa integrazione ordinaria, in alcuni casi già in procedura concorsuale, come ad esempio la Nuova Sinter di Ivrea (che ha appena avuto la cassa integrazione straordinaria per fallimento e che, se non sarà ceduta entro pochi mesi, rischia di chiudere per sempre i battenti, ndr). O come Agile (80 addetti solo in Ivrea, ndr) che ha ottenuto un'altra proroga di cassa in deroga o De Tomaso (300 lavoratori residenti in Canavese, ndr) che ha avuto ancora un'ultima chance con la proroga della cassa integrazione in deroga fino al 31 dicembre». Che fare? «Occorre che al centro dell'azione di governo ci siano investimenti e politiche industriali, e non ulteriori interventi sul mercato del lavoro che non lo incrementano, ma lo rendono solamente più precario. E con questi dati a disposizione, possiamo ben dirlo». Il Canavese, però, ha una sua specificità rispetto alla crisi, vero? «Sì. Tutto quello che abbiamo detto vale infatti ancor di più in aree come l'eporediese, dove la crisi è iniziata con largo anticipo, con la fine dell'Olivetti, e dove i tentativi di creare artificiosamente nuove vocazioni industriali sono miseramente falliti». Molte volte si è parlato di fare sistema e di progettare nel territorio delle soluzioni. Pensa che ci sia una situazione di oggettiva debolezza? «Abbiamo una situazione statica da tempo. E abbiamo ancora nelle orecchie l'eco dei proclami altisonanti degli Stati generali del Canavese, convocati all'Officina H nel 2005. Comunque sia, la staticità della situazione è dimostrata dal fatto che in questi mesi quasi nessuna crisi aziendale si è risolta positivamente, fatta eccezione per la ex Romi di Pont, che comunque è una scommessa ancora tutta da giocare che ovviamente ci auguriamo riesca».