L'Inter a fari spenti prova a tornare fra le big del torneo
di Alessandro Taraschi Al volante c'è ancora lui, Walter Mazzarri. Ha convinto Erick Thohir con il finale dello scorso campionato. L'Inter però viaggia ancora con i fari spenti. Sono accese appena le luci di posizione. Merito di quell'Europa, che si declina solo in League lasciando ad altri la Champions, conquistata nel 2013-2014. I nerazzurri quest'anno possono ambire al ruolo di sorpresa. I favoriti suonano su altri palchi. Le distanze da colmare con il lavoro giorno dopo giorno sono ancora profonde. Forse troppo per colmarle subito. Difficile bastino gli arrivi di Nemanja Vidic, Gary Medel e Daniel Pablo Osvaldo. Sebbene i primi due siano solidi puntelli per difesa e centrocampo e il secondo un pallino di Mazzarri, che conta di riuscire a far sprigionare il talento imprigionato nell'italoargentino. Obiettivi a parte però, l'Inter che domenica debutta a Torino contro i granata è una squadra che ha voltato pagina. E non tanto per quella maglia-pigiama completamente nera con righine sottili azzurre. Dopo 18 anni si presenta al via senza Massimo Moratti a dirigerla. Il presidente onorario non è nemmeno salito in ritiro a salutare quelli che fino al novembre scorso erano stati i suoi ragazzi. A dire il vero molti di quelli cui era affezionato non ci sono più, perché il nuovo corso ha spazzato via quasi tutti gli ultimi superstiti del Triplete del 2010. Diego Milito, Esteban Cambiasso e Walter Samuel hanno lasciato Milano. Javier Zanetti è salito negli uffici per sedersi sulla poltrona di vicepresidente. L'anima argentina dell'Inter di Josè Mourinho non c'è più. Di quell'indimenticabile annata restano i comprimari Rene Krhin e Joel Obi. L'era Thohir è cominciata davvero. Un'era che ha poco a che spartire con altre proprietà straniere impegnate all'estero. I colpi di mercato sono stati mirati. Gli ingaggi faraonici non hanno residenza alla Pinetina. Spetterà a Mazzarri forgiare una squadra che puntando sul collettivo e sul gioco possa confrontarsi alla pari con Juventus, Roma e Napoli, le prime della classe. Le "chiavi" dello spogliatoio sono state affidate ad Andrea Ranocchia, che ha raccolto la pesante eredità di Zanetti mettendosi la fascia al braccio. Con Juan Jesus e Vidic (ma senza Rolando) dà alla retroguardia uno spessore spesso smarrito dopo lo Special One. Alle loro spalle del resto c'è ancora la garanzia Samir Handanovic. Tra gli innesti più interessanti si segnala sicuramente Dodò, il giovane brasiliano ex romanista si è guadagnato la corsia di sinistra opposto a Jonathan o a Yuto Nagatomo. Danilo D'Ambrosio è l'altra alternativa di qualità. In mezzo si aspetta il definitivo salto di qualità di Mateo Kovacic che potrà contare sulle geometrie di Hernanes e sulla grinta di Medel. A rinfoltire i ranghi è arrivato anche Yann M'Vila. Ricky Alvarez è stato ceduto in prestito con obbligo di riscatto al Sunderland e Fredy Guarin è in uscita. In attacco Mazzarri potrà ruotare Osvaldo e Rodrigo Palacio a sostegno di Mauro Icardi, chiamato a vestire i panni del leader lasciandosi alle spalle social-polemiche e cinguettii sconvenienti. È un'Inter ricca di potenziale. Un'Inter profondamente nuova. Da "anno zero", se l'espressione non fosse già stata usata dodici mesi fa. Un'Inter da scoprire giornata dopo giornata. Che può stupire. A fari spenti, però. ©RIPRODUZIONE RISERVATA