Cantoncello, quella borgata dimenticata

TRAUSELLA Fa tristezza, attraversare quella borgata, tra baite in stato di abbandono, mentre il bosco che le circonda avanza incontrastato. Cantoncello è un'isola amministrativa del Comune di Trausella a 1.177 metri di altitudine. La si raggiunge salendo, da poco prima di Fondo, a Palit ed imboccando poi, a sinistra, la carrozzabile (realizzata da un consorzio e, dunque, con transito limitato) che raggiunge gli alpeggi in quota. Dopo qualche centinaio di metri, un improvvisato cartello indica il breve sentiero in discesa che conduce a quel pugno di case, un tempo popolate sei mesi l'anno dai margari con i loro armenti, ed ora desolatamente vuote, molte diroccate. Vengono in mente i versi di un canto di Bepi De Marzi ispirato dallo spopolamento dei borghi montani: "No se ride, no se canta, no se fa filo la sera, no vien più la primavera, la se gà desmentegà". A Cantoncello, l'unico segno di vita è rappresentato da un rustico ristrutturato da una famiglia di Lessolo, quella di Raffaele Oberto, carrozziere in pensione ed affettivamente legato alla borgata che l'ha visto nascere e crescere. «Quanti ricordi, tra quelle case, testimoni della mia gioventù. Ho sempre cercato di far eseguire i lavori necessari a tenere in ordine la nostra vecchia abitazione, per ambizione personale oltre che per rispetto nei confronti di chi non c'è più - racconta Oberto -. Ed ora, quando posso, insieme a mia moglie, torno a trascorrervi il fine settimana». L'attaccamento a Cantoncello è lo stesso che spinge il figlio di quest'ultimo, Oliviero, ad organizzare ogni anno, il 26 luglio, la festa patronale di Sant'Anna, con tanto di priori e messa nella cappella, dedicata appunto a Sant'Anna. La borgata è poi famosa per i suoi crôtin (ogni famiglia ne possedeva uno), piccole cantine scavate nella roccia, dove si conservavano il latte e i suoi derivati. Quelli di Cantoncello erano infatti i più freddi di tutta la valle, una sorta di frigoriferi naturali. Racconta Eugenia Allera, 79 anni, molti dei quali spesi a faticare nella borgata. «Fino al mese di giugno in quei crôtin era facile trovare il ghiaccio che, con il gran caldo e a forza di entrarvi ed uscirne, si andava poi sciogliendo. Là dentro anche in piena estate si poteva tranquillamente conservare la carne, quella poca di allora - dice la donna -. E, se sudati, era meglio restarne fuori, per evitare di prendersi un malanno. Sembra che la frescura dei nostri crôtin sia soprattutto dovuta al fatto che nel sottosuolo sono presenti profonde caverne e grotte». L'ultima volta che Eugenia è stata a Cantoncello ha trovato solo desolazione. «Mentre osservavo lo stato in cui versava la borgata mi è venuto da piangere, pensando ai sacrifici ed alla vita grama dei nostri vecchi tra quelle case. Mi sembrava impossibile che quello che un tempo era un vero gioiello fosse ridotto così. Ed ho sofferto così tanto che penso di non tornarci più» sospira l'anziana donna. Giacomo Grosso