IL SORRISO DEL GENIO RIBELLE

di MICHELE GOTTARDI Come spesso accade nella vita reale, chi per contratto deve far ridere non vive un'analoga lievità esistenziale: gli esempi sono molteplici e per fortuna non tutti finiscono come Robin Williams, definito a suo tempo da "Entertainment Weekly" l'uomo più divertente del mondo. Era il classico "one man show": la duttilità del volto ne ha fatto uno dei migliori attori della sua generazione, attraverso decine di interpretazioni. Williams si afferma in televisione con la sitcom "Mork & Mindy" (Golden Globe Tv), in cui è un alieno arrivato dal pianeta Ork. Dal piccolo al grande schermo: la consacrazione arriva con "Good moorning, Vietnam!" (Venezia '87), in cui interpreta Adrian Cronauer, il dj dell'esercito statunitense che aveva il compito di tenere alto l'umore della truppa, nella sciagurata spedizione indocinese. Già qui il suo ruolo inizia ad assumere quella valenza critica conclamata con "L'attimo fuggente" (Peter Weir, a Venezia ‘89). Il dj sprovveduto e irriverente che giunge a Saigon nel '65 e prende pian piano coscienza dell'atrocità di una guerra tra le più assurde è il fratello minore del professor John Keating, che citando Orazio, Lucrezio ed Epicuro cerca di educare gli studenti del Vermont, alla fine degli anni Cinquanta, a considerare la vita con salutare, cinico, distacco e a scegliere le cose che si amano piuttosto che quelle che si devono fare per forza. E la filosofia di Keating divenne un modello sociale, imitata da molti giovani prof che, di qua e di là dell'Atlantico, si affacciavano in classe, freschi di studi e di concorsi, a cavallo degli anni novanta, sposando la sua (auto)ironia, il fastidio verso i programmi predefiniti e la burocrazia dei presidi, cercando autonomia all'invadenza dei genitori e entusiasmo nei ragazzi che i colleghi imbolsiti non riuscivano a trasmettere. Terzo film importante e terza nomination agli Oscar (dopo "Good morning…" e "L'attimo fuggente") è "La leggenda del re pescatore" (1991) in cui Williams incarna ancora un professore, di storia, divenuto clochard per cercare il Sacro Graal assieme al dj Jeff Bridges. L'incontro tra la sua duttilità e la follia visionaria di Terry Gilliam (che aveva già incrociato col "Barone di Munchausen") mette in risalto la capacità di mostrare le miserie dell'animo umano, il fallimento del sogno americano, elementi anticipati – con minor successo – in "Cadillac man" (Donaldson, 1990). Assieme a questi due ruoli, imprescindibile per cogliere la sensibilità di Williams nell'alternare – anche nello stesso film – ruoli agrodolci e drammatici a parti più ironiche, è "Mrs. Doubtfire" (1993) di Chris Columbus, probabilmente il film più popolare assieme a "Toys", in cui aveva ritrovato Barry Levinson (1992). Nella figura del "mammo", o della tata travestita, Williams riversava di nuovo autoironia e abilità di rompere vecchi schemi della società civile, cogliendo l'occasione di rovesciare ruoli classici, così come nei giocattoli di Levinson. Tutti gli anni Novanta sono un alternarsi di ruoli importanti a particine che avrebbe potuto rifiutare dopo i successi ai Golden Globe e le tre nomination agli Oscar: assieme a "Risvegli" (Marshall, 1990), "Hook – Capitan Uncino" (Spielberg, 1991), "Jumanji" (Johnston, ‘95), "Harry a pezzi" (Allen, 1997) e "Patch Adams" (Shadyac, 1998) ci sono decine di parti minori (una anche shakespeariana in "Hamlet" di Branagh) in cui la sua attività ipercinetica e bulimica – ma anche la sua antica depressione – trovava soddisfazione, placandosi temporaneamente, come con l'Oscar da non protagonista a fianco del giovane Matt Damon in "Will Hunting - Genio ribelle" (Van Sant, 1997). Ma lui stesso era un Genio: e ci piace pensare che non fu un caso se la Disney gli affidò per due volte la voce del Genio della lampada in "Aladdin". ©RIPRODUZIONE RISERVATA