UN'ESILE SPERANZA DI PACE

di RENZO GUOLO Israele ritira da Gaza le sue truppe di terra e, intanto, entra in vigore una tregua di 72 ore. Guerra finita? Troppo presto per dirlo ma i tre giorni serviranno per verificare la praticabilità di un cessate il fuoco definitivo. O, meglio, della pausa, anche lunga, prima che la violenza riprenda. Perché senza la soluzione "due popoli, due stati", formula purtroppo ridotta a una sorta di stanco mantra dall'inerzia della comunità internazionale e dal sabotaggio degli estremismi locali, il conflitto è destinato a riesplodere. Nell'avviare "Confini sicuri" Israele non aveva come obiettivo solamente la sua sicurezza. La neutralizzazione dei tunnel, così come quella dell'arsenale di Hamas, non giustifica la distruzione sistematica compiuta dalle forze armate israeliane nella Striscia. Quasi duemila vittime, tra i quali quattrocento bambini, migliaia di feriti e case rase al suolo, quasi trecentomila sfollati. Una simile esibizione di forza, costata oltretutto a Tsahal sessantaquattro caduti, non può essere messa in campo solo per impedire i pur temibili lanci di razzi da parte dei miliziani islamisti. La tremenda punizione collettiva che ha investito Gaza aveva un altro obiettivo: rendere impossibile quel governo di unità nazionale tra Anp e Hamas, che toglieva agli israeliani ogni alibi per evitare di negoziare. La divisione del campo palestinese, causata anche dai continui conflitti interni e dalla pregiudiziale ideologica di Hamas sullo Stato di Israele, è stata una manna per quanti desideravano non solo confini sicuri ma anche più larghi. E ne approfittavano per estendere le colonie. Impedire, con una tempesta di acciaio più intensa di "Piombo fuso" quella ricomposizione diventava, così, fondamentale. Se Netanyahu avesse voluto mettere fuori gioco Hamas, avrebbe fatto delle concessioni all'Anp. Ma non è accaduto. Anzi, la perseguita debolezza di Abu Mazen, ha consentito di evitare ogni concessione. Una linea miope, come si vede anche dall'esito di questo conflitto. Ancora una volta, infatti, Israele ha vinto militarmente ma ha perso politicamente. Non solo perché Hamas non è stata distrutta; ma perché di fronte a un'Anp debole e percepita come subalterna la popolazione palestinese, che pure ha pagato un prezzo altissimo alle scelte della leadership islamista, si è schierata con chi si batte contro quella che l'organizzazione continua a chiamare "l'entità sionista". E non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania. Non è un caso che Israele esca da questa operazione scontando un deterioramento della sua immagine nell'opinione pubblica mondiale e forti contrasti con lo storico alleato americano. Quanto a Hamas, la sua linea rossa era quella del non annientamento. Obiettivo raggiunto. Il movimento ritiene, inoltre, di poter capitalizzare politicamente il conflitto alle prossime elezioni. Anche questo, però, sarebbe un mero successo tattico, pur gravido di implicazioni. Sino a a quando Hamas rifiuterà di riconoscere l'esistenza dello Stato di Israele, vi saranno solo tregue. Forse anche una hudna, una tregua lunga religiosamente consentita che può durare anche decenni: possibilità che Hamas discute senza remore. Ma senza l'accettazione dell'esistenza dello Stato ebraico, non vi sarà alcun futuro per i palestinesi. Così come senza uno Stato degno di tal nome, e non di un bantustan frantumato terriorialmente, non accetteranno mai un negoziato vero con Israele. Entrambe le leadership, quella israeliana e quella di Hamas, non sono però oggi su questa lunghezza d'onda. Per questo le tregue restano tali. E sono destinate ciclicamente a infrangersi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA