HA VINTO IL MESSAGGIO PIÙ CHIARO
di VITTORIO EMILIANI Il risultato finale di queste elezioni europee ci ha detto alcune cose in parte sorprendenti: l'Italia non ha ceduto al populismo anti-euro e anti-europeo diffuso nel vecchio continente, cioè a forme di contestazione della Ue; non ha aperto le porte ad un riflusso di tipo nazionalista di destra alla maniera francese ed ha anzi votato alla grande per un partito democratico-progressista il quale fa parte del Pse. L'Italia, inaspettatamente stando ai sondaggi (più che mai lontani dalla realtà), ha dato un voto "responsabile" premiando Matteo Renzi e una proposta politica del Pd chiara e intelligibile: siamo e restiamo europeisti e però vogliamo che cambi in modo netto la politica economico-finanziaria, e quindi sociale, perseguita con una dura ostinazione dalla Germania di Angela Merkel la quale perde 7 seggi e vede crescere l'alleata/avversaria Spd. A parte la crescita di quest'ultima - che peraltro si ferma al 27% dei consensi - il Pd è la sola forza europea progressista al governo che aumenta i consensi, e in modo tumultuoso. Infatti, per rintracciare nelle nostre cronache elettorali un risultato simile al 40,8 % ottenuto dal Pd di Matteo Renzi, bisogna riandare alla Dc degli anni '50. Sia pure con una ben più alta percentuale di votanti. Quanto al Pci, esso toccò il suo massimo storico, col 34,4 % alla Camera, nelle politiche del 1976. Ma la Dc anni '50 era il partito dei cattolici, «di centro aperto a sinistra» (moderatamente), appoggiato da Chiesa, Giac, Confìndustria, Coldiretti, ecc. e il Pci degli anni '70 era una forza di sinistra marxista, "socialdemocratica" nei Comuni e tuttavia ancora condizionata, in parte, dall'Urss. In ogni caso due formazioni con una lunga tradizione alle spalle. Mentre il Pd o un partito ancora "giovane", dove forze progressiste - laiche e cattoliche - di provenienza diversa hanno stentato ad amalgamarsi, trovando in questa occasione europea la capacità di comunicare, grazie ad un programma riformatore semplice, con strati nuovi di elettorato (imprenditori, artigiani, commercianti, ecc.), e quindi di intercettare le speranze di una vasta platea, si veda il boom del Nord-Est, non tradizionalmente "di sinistra". L'approccio giovanilistico del segretario-premier ha certamente contato spuntando le armi a quello che era diventato, dopo la crisi del berlusconismo, il competitore più agguerrito, cioè il Movimento 5 Stelle. Reduce peraltro da un impatto col Parlamento onestamente dei più infruttuosi, da una opposizione "totale" spesso assurda e impolitica, incapace di infilarsi nelle contraddizioni di una maggioranza di governo Renzi-Alfano non facile da gestire insieme ad un'altra maggioranza composita, Renzi-Berlusconi, "per le riforme". Grillo poi ha condotto una campagna elettorale urlata, minacciosa, inquisitoria, oscillando fra Hitler e Berlinguer, con messaggi di una confusione mai vista. Per cui, alla fine, i quasi venti punti che separano il 40,8 di Renzi e il 21,1 di Grillo ci stanno tutti e pongono al M5S un pesante "che fare?" di qui in avanti. Certo, Renzi e il Pd hanno fruito anche degli errori marchiani commessi da Berlusconi quando, al governo, gravemente sottovalutò la recessione mondiale e, poi, quando abbandonò la maggioranza provocando l'uscita di Alfano. Ma assai di più ha contato, a mio modesto avviso, il messaggio chiaro di Renzi in fatto di Europa e la compattezza su di esso delle stesse correnti del Pd. Sarà così anche per il programma di riforme interne? Per l'Italicum e per lo svuotamento del Senato, penso di no. Renzi però, dopo questo vistoso successo - esteso, a quanto si vede, alle Regioni e ai Comuni dove si votava - può avere meno fretta e magari dedicarsi ad altre riforme (giustizia, burocrazia, fisco, rilancio produttivo e dei consumi) che agli italiani premono molto ma molto di più. Dopo gli annunci, i fatti. ©RIPRODUZIONE RISERVATA