Renzi "sfiducia" Letta oggi la crisi di governo
di Maria Berlinguer wROMA «Diventi grande solo quando smetti di fare le cose che ti piacciono, vi chiedo tutti insieme di uscire dalla palude». È con queste parole che Matteo Renzi ha aperto ieri i lavori della direzione del Pd che ha licenziato Enrico Letta con numeri bulgari: 136 a favore, 16 contro e due astenuti. Questa mattina Enrico Letta salirà al Colle per rassegnare le dimissioni nelle mani di Giorgio Napolitano che comincerà quasi subito le consultazioni per il nuovo incarico. Il passaggio sarà brevissimo: Matteo Renzi potrebbe ricevere l'incarico per formare il nuovo governo domenica sera o al massimo lunedì mattina. Alle 15, quando con un certo ritardo Renzi apre i lavori della direzione in diretta streaming il momento è in qualche modo storico e non perché dalla parti dei democratici non si siano consumate lotte fratricide in passato. Ma questo è un unicum: è la prima volta che la direzione sfiducia un premier del suo stesso partito, votando un documento che parla esplicitamente di affidare «la guida del governo agli organi dirigenti appena usciti dal congresso», ovvero lo stesso Renzi. L'obiettivo: dare vita a un governo che resti in carica fino alla fine della legislatura, il 2018. Eppure nel breve spazio degli interventi prima del voto non c'è pathos. Fino all'ultimo gli uomini del segretario hanno sperato di convincere Letta ad ammorbidire la sua posizione mettendo sul piatto persino la poltrona di ministro dell'Economia in cambio di dimissioni senza strappi. Salvo poi smentire l'offerta che pure c'è stata. E fino all'ultimo hanno sperato di non dover mettere ai voti la risoluzione di sfratto per l'ex vicesegretario del Pd di Bersani. «Ti chiediamo un ultimo atto di generosità per il partito» dice Stefano Fassina delle minoranza, rivolto al premier prima della conta. Da Palazzo Chigi però non arriva nessun segnale. E l'intervento di Pippo Civati, contrario all'operazione staffetta, che invoca chiarezza, mette fine ai dubbi e convince Renzi e la minoranza dem che è necessario contarsi. Letta in serata annuncia che salirà al Colle questa mattina per rassegnare le dimissioni nella mani del capo dello Stato. Se il premier ha rinunciato in extremis a sfidare il Pd a un voto di sfiducia in Parlamento è solo perché Giorgio Napolitano lo ha convinto a non farlo. In direzione invece non si è presentato per dare a tutti la possibilità di esprimersi liberamente sul suo governo e sul suo operato. Lo strappo però è destinato a pesare e, terminata la direzione, a largo del Nazareno sono in molti a interrogarsi sul futuro politico del premier che in questa difficilissimo passaggio ha avuto parole di incoraggiamento da Pier Luigi Bersani, ancora convalescente. Per Renzi ora si apre la strada di Palazzo Chigi. «Siamo al bivio: o elezioni o governo per le riforme», dice in direzione il segretario che non lascerà affatto la carica come sperava la minoranza, affidando a Lorenzo Guerini il coordinamento del Pd. «Qualcuno ha scritto dell'ambizione smisurata di Renzi, dell'ambizione smisurata del Pd, vi aspettereste che io smentisca queste parole e invece non lo faccio, c'è un'ambizione smisurata che bisogna avere, la deve avere il segretario come l'ultimo delegato», dice. «Dobbiamo vivere con semplicità e pensare con grandezza», dice in direzione dove ammette che sono in tanti tra i militanti a non capire la necessità di questo passaggio. Renzi però è certo di riuscire a convicere i disillusi. «Siamo di fronte a bivio, dobbiamo accettare la sfida di una legislatura costituente, spiega. Poi, mentre in serata è già a lavoro sulla squadra e sul programma, dopo aver brindato con la segreteria e la ristretta cerchia dei fedelissimi della prima ora alla vittoria appena ottenuta in direzione, Renzi si affida a Twitter: «Un Paese semplice e coraggioso, proviamoci». ©RIPRODUZIONE RISERVATA