IL VALORE DEI PREZZI STABILI
di ANDREA BODA I cittadini italiani, specie i lavoratori a reddito fisso ed i piccoli risparmiatori, sono stati abituati per anni a sentir parlare di inflazione come di quel fenomeno che riduce il loro potere d'acquisto e aggredisce il valore dei loro risparmi. I più attenti fra loro oggi si stropicciano gli occhi leggendo le dichiarazioni di Giovanni Centrella, segretario generale dell'Ugl, che nel suo ruolo sindacale parla evidentemente a tutela degli interessi dei salariati: «Il crollo dell'inflazione è un ennesimo allarmante segnale di impoverimento del ceto medio-basso, cioè di lavoratori, pensionati e famiglie». Il dato italiano sulla crescita dell'inflazione, che dal 3% dello scorso anno è sceso ad un modesto 1,2%, dovrebbe significare un bene (un minor danno) per i redditi dei lavoratori. Ma la questione ha almeno due sfaccettature importanti. La prima, banale, sta nel fatto che il coefficiente di inflazione è un dato aggregato, a cui partecipano in modo diverso gli aumenti di beni come i generi alimentari (il cui prezzo sale più della media), i farmaci, gli elettrodomestici, o le tariffe telefoniche (che invece per l'effetto della concorrenza contribuiscono con un dato negativo facendo scendere il valore medio dell'indice dei prezzi). La seconda, più figlia dei tempi recenti, è quella strana confusione di ruoli in cui si trova ogni cittadino: salariato che spera di non vedere eroso il proprio reddito, ma anche lavoratore più "mobile" e interessato a che il mondo dell'impiego venga smosso da consumi più vivaci; risparmiatore che cerca rendimento per i propri risparmi, ma anche contribuente che spera in tassi decrescenti per i titoli di Stato. Quando ci rallegriamo per la discesa dello spread tra Btp e Bund non dobbiamo dimenticare quanto questa riduzione derivi dal contesto: rende di più un Btp al 5% quando l'inflazione è al 3% o un Btp al 4% quando l'inflazione è all'1,2%? Se parliamo del cosiddetto "rendimento reale" al tasso di rivalutazione offerto per i risparmi va sottratto il tasso di erosione dovuto al crescere del costo della vita, quindi nel primo caso il rendimento reale sarà (5-3) il 2% e nel secondo (4-1,2) il 2,8%. Insomma, in termini "reali" i Btp rendono più oggi di quanto non rendessero qualche tempo fa, quando lo spread era più alto. E questo significa, guardandola per l'altro verso, che il "costo reale" del debito per lo Stato finisce per essere più alto oggi di quanto non fosse quando lo spread era più elevato. Insomma, dobbiamo desiderare più inflazione perché questo aiuterebbe lo Stato a smaltire il debito pubblico che tanto affligge ogni contribuente italiano, o meno inflazione così che quegli stipendi, faticosamente conservati dai morsi della Crisi, non vengano intaccati? La risposta potrebbe essere una citazione latina che ci fa intuire quanto vecchi siano certi problemi: «In medio stat virtus». Il progressivo avvicinarsi a zero dell'inflazione provoca la paura di finire in deflazione, pericolosa condizione dove nessuno consuma più del necessario perché rimandare le spese significa trovare prezzi più bassi, con il risultato che il ciclo economico non si riesce a riattivare; ma una inflazione troppo alta, al contrario, impoverisce salariati e risparmiatori rendendoli incapaci di consumare anche se vorrebbero farlo. È per questa ragione che nel mandato della Bce il tema dell'inflazione è centrale: il suo controllo affinché si avvicini con costanza al target del 2% (l'area in cui "stat virtus", evidentemente) è la prima preoccupazione di ogni governatore. E possiamo essere certi che oggi Mario Draghi si sta dedicando alla questione con tutte le sue energie. ©RIPRODUZIONE RISERVATA