«Permessi per cercare lavoro»
di Maria Rosa Tomasello wROMA «Si sono cuciti la bocca perché è l'unico modo di farsi sentire. Gridano l'insensatezza del sistema Cie: sono lì nella gran parte dei casi senza saperne il motivo, non sanno quanto dovranno restare né quale sarà l'esito di quella permanenza». Per Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani del Senato, che ieri è entrato nel Cie di Ponte Galeria, le ragioni di una protesta estrema affondano in un sistema fallimentare che vede negli immigrati «una minaccia sociale». In dieci adesso hanno scelto lo sciopero della fame. «Parlano delle difficili condizioni di vita quotidiana, ma soprattutto non capiscono come non avere le carte in regola possa comportare quello che a loro sembra una ulteriore pena, mentre per l'ordinamento italiano non lo è. C'è una quota di persone che, scontata la pena in carcere, deve essere espulsa. Ma la maggior parte di loro non è stata condannata per alcun reato, è lì perché non ha documenti in regola ed è in attesa di identificazione ed espulsione». Dei Cie si parla da anni, perché nessuna soluzione? «Perché gli immigrati vengono considerati una minaccia sociale anche quando la loro situazione è solo di irregolarità amministrativa. Serve una ragionevole regolarizzazione. Oggi ho parlato con un ragazzo di Aversa di 22 anni privo di cittadinanza che mi ha detto: "Il viaggio più lungo l'ho fatto a Milano: io sono italiano, se mi espellono e mi mandano in Serbia, io non so nulla della Serbia, non conosco la lingua, non ho parenti"». Come bisogna intervenire sul piano legislativo quindi? «C'è un provvedimento nel pacchetto Giustizia sicuramente positivo, perché prevede che l'identificazione avvenga in carcere per gli stranieri che scontano una pena, ma gli altri perché devono stare in strutture detentive? Possono essere sottoposti a misure di controllo come la firma o l'obbligo di domicilio. Nel 2009 il governo Berlusconi regolarizzò 200mila lavoratori domestici in un solo colpo: prima di essere regolarizzati potevano tutti finire in un Cie». Abolire la Bossi-Fini? «La legge Bossi-Fini ha un limite molto pesante: riconosce il permesso di soggiorno a chi viene con contratto di lavoro. Noi chiediamo che sia possibile avere un permesso per ricerca di lavoro. Si tratta di agevolare l'inserimento, di garantire il tempo necessario per quella persona che magari lavora da sette anni in nero. E serve la chiusura dei Cie, strutture che hanno fallito, inefficaci rispetto a scopo dichiarato: solo il 40% dei trattenuti viene espulso, sono molto costose e non garantiscono la tutela dei diritti umani. E oggi la metà sono chiuse perché inagibili, dunque parliamo di una sorta di crudele residuo ideologico». Riuscirà a fare qualcosa questo governo in scadenza? «Temo di no, mi auguro che almeno qualcosa per limitare il disonore si possa fare». ©RIPRODUZIONE RISERVATA