Addio a Massimo, stop alle sofferenze

IVREA Aveva 28 anni Massimo Iazzetta ed era un arancere degli Arduini quando, nel giugno del 1999, rimase vittima di un grave infortunio sul lavoro. Precipitò da un'altezza di sette metri mentre stava intonacando un fabbricato in via Bridola, a Burolo. Per cinque mesi restò in coma all'ospedale Cto di Torino, poi si risvegliò, ma con danni e lesioni cerebrali irreversibili. Massimo è morto, nel tardo pomeriggio di sabato scorso a 42 anni, nella residenza Anni azzurri di Volpiano, dove era ospite da circa un anno. Il suo cuore dopo quattordici anni di cure, non ha più retto, e si è fermato. Questa volta per sempre. I funerali si sono svolti ieri, martedì pomeriggio nella chiesa di San Giovanni, il quartiere dove Massimo aveva abitato con la sua famiglia, in via Don Mosetto. La mamma Fortunata Corgione, il papà Ferdinando, che era deceduto due anni dopo l'infortunio del figlio, e dieci fratelli, sei femmine e quattro maschi. Tutti molto uniti. Massimo, carattere allegro, spensierato, era il più giovane. Il cocco di tutti. E tutti i fratelli, in questi anni, si sono presi cura di lui a turno. «I mesi del coma - ricorda Anna Maria, la sorella maggiore che era poi stata nominata sua tutrice – sono stati i più terribili. Non sapevamo cosa sarebbe accaduto: poteva risvegliarsi, ma poteva anche morire. Non lo lasciavamo da solo, neanche un minuto. In quel letto d'ospedale c'era sempre uno di noi con lui. Gli parlavamo, gli facevamo ascoltare le sue canzoni». Cinque mesi passati a sperare, a pregare. «Io ero stata anche in pellegrinaggio a Lourdes, sperando in un miracolo - prosegue la sorella - E Massimo si risvegliò. Ma il suo cervello era irrimediabilmente compromesso. Era cerebroleso, invalido al 100 per cento. Ma per noi contava solo il fatto che era ancora vivo. I medici non ci hanno mai illusi. Ci hanno detto subito che difficilmente si sarebbe ripreso. Ma l'assistenza non gli è mai mancata. Fin dal primo giorno». Nel giorno del funerale la famiglia Iazzetta vuole ringraziare tutti coloro che in questi anni sono stati vicini a Massimo. Medici e infermieri e, in particolare, il personale della residenza Rapella di Piverone, una struttura all'avanguardia per questo tipo di pazienti, dove Massimo è rimasto ospite fino all'anno scorso, quando le sue condizioni si sono aggravate in seguito a un'infezione polmonare. «Pensavamo morisse - prosegue la sorella -. Invece, ancora una volta, Massimo è riuscito a superare la crisi, dopo essere rimasto per quasi un mese nel reparto di rianimazione dell'ospedale di Ivrea. Anche qui i medici sono stati fantastici. Ed hanno continuato a lottare insieme a mio fratello. Io sono convinta, infatti, che Massimo avesse un grande voglia di vivere. Nonostante non potesse manifestarlo con le parole, non era difficile capirlo». «Per questo - conclude Anna Maria - vogliamo ricordare Massimo giovane e felice, con la divisa da arancere, il suo sorriso e i suoi capelli lunghi, di cui andava orgoglioso. La foto che abbiamo messo nei necrologi è l'immagine di lui che porteremo sempre nel cuore». Il giorno dell'infortunio Massimo era su un ponteggio collocato all'esterno di un fabbricato in via di realizzazione a Burolo. Perse l'equilibrio e cadde a terra, battendo la testa e procurandosi un grave trauma cranico. Con lui, il giorno dell'incidente c'era anche il fratello Stefano, che fu tra i primi a soccorrerlo. Lydia Massia GUARDA LA FOTOGALLERY www.lasentinella.it