«Anche i dirigenti si sono ammalati» La storia di Facciano
IVREA Non solo gli operai si ammalavano di mesotelioma pleurico ma anche i dirigenti. Maria Luisa Di Rocco, 65 anni, ha perso il suo Giovanni nell'aprile di nove anni fa. Giovanni Facciano, classe 1941, dirigente Olivetti in pensione, si era ammalato nel 2002. «Mio marito - racconta Di Rocco - se n'è andato tra atroci sofferenze. Gli ultimi due anni della sua vita sono stati un calvario, un inferno che solo chi ci è passato può comprendere». Originario di Vallo di Caluso, Giovanni Facciano era entrato all'Olivetti quando aveva 15 anni, frequentando la scuola Cfm, il centro di formazione meccanici. Era diventato operaio, poi operaio specializzato. «Studiava di sera - ricorda ancora la moglie -. Si era diplomato e poi laureato con grandi sacrifici. Da operaio era diventato impiegato, poi quadro fino alla carica di dirigente». Un dirigente che l'azienda di Ivrea aveva mandato a Glasgow, in Scozia, a Crema, Singapore, Pozzuoli e Russia. «L'ultimo periodo, prima della pensione nel 1993, era stato negli stabilimenti di San Bernardo - racconta ancora Maria Luisa Di Rocco -. Ricordo molto bene quando a casa era arrivato il medico legale e aveva tirato fuori una mappa delle Officine Ico per spiegarci che in quello stabilimento c'era amianto. Giovanni, comunque, non aveva nessuna intenzione di denunciare qualcuno. Per lui Olivetti era una seconda mamma. Mai e poi mai avrebbe denunciato quell'azienda che gli aveva permesso di studiare e di salire l'intera scala sociale, da operaio a dirigente». E oggi? «Oggi che c'è un'inchiesta in corso ho deciso di raccontare la sua storia perché credo sia giusto - conclude con amarezza Di Rocco -. Andrò anche alla Cgil ma non ho ancora deciso se costituirmi parte civile». La memoria di Iole Menaldo è viva nel ricordo dei figli, Daniela e Fulvio Stanisci. Aveva appena compiuto 64 anni quando è morta. Era il 13 dicembre 2001. Operaia Olivetti, era rimasta vedova a 25 anni, quando i figli erano piccoli. «La vita di mia madre fu tutta Olivetti, casa e famiglia - racconta Daniela -. Lavorava sempre, faceva straordinario più che poteva e di dava da fare solo per noi. Era operaia di terzo livello, ha girato vari reparti, conservo ancora il suo libretto di lavoro. Lei ci parlava poco di cosa faceva in fabbrica. Ricordo il grembiule nero e quei pezzettini di plastica del montaggio che restavano nelle tasche. Quando andò in pensione, faceva la nonna». La malattia fu una mazzata. Il figlio Fulvio: «Incominciò a stare male in agosto, la diagnosi fu feroce e non lasciò scampo. I medici ci dissero subito che non ci sarebbe stato nulla da fare». Dissero anche altro, i medici. E Fulvio e Daniela lo ricordano bene: «Ci spiegarono che si trattava di una malattia professionale». Fulvio Stanisci ricorda di essere stato all'Inail, quando gli uffici erano ancora in corso Nigra: «Mi dissero che c'era stato già qualche altro caso. Noi, però, eravamo molto prostrati dalla malattia e dalla morte di nostra madre che per noi era tutto. Lasciammo perdere, ci sentivamo soli». Poi, nei giorni scorsi, le altre storie: «Abbiamo rivissuto la malattia orribile di nostra madre e tutto quanto. Ora anche noi vogliamo sapere e capire cosa sia davvero successo. Non siamo più soli». (vi.io. ri.co.)