la strage di lampedusa

di Maria Rosa Tomasello wROMA Gli ultimi nove sommersi, in una interminabile via crucis di cadaveri, li recuperano dentro il relitto che è già buio. Per tutta la domenica – nelle prime ore di calma dopo due giorni di mare grosso e forte scirocco – i sommozzatori estraggono corpi dal peschereccio della morte, 83 esseri umani ingoiati dal mare e rimasti intrappolati nella barca che avrebbe dovuto portarli nella loro nuova vita. Il bilancio provvisorio sale così a 194 morti e 155 sopravvissuti, 349 persone, un numero ancora troppo lontano dalle dichiarazioni dei superstiti per poter dichiarare chiuso il gigantesco obitorio di Lampedusa: secondo i racconti dei salvati, a Misurata, in Libia, erano saliti in 518. Mancano dunque all'appello 169 uomini, donne, bambini. «Stanno tutti attaccati uno con l'altro, ognuno avrà non più di 30 centimetri di spazio: ci sono pile di uomini e donne nella stiva – raccontano i sub scesi dentro la bocca dell'inferno – Una buona parte sono bloccati lì dentro e dobbiamo tirarli fuori uno a uno. Ma tanti altri ce ne sono attorno alla barca, e chissà quanti ne troveremo quando allargheremo il raggio di perlustrazione». Il maresciallo Antonio D'Amico scuote la testa: «Sono tutti ragazzi». «Corpi ovunque, e ognuno di loro poteva essere uno di noi – dice il tenente della Guardia di finanza Giuseppe Del Giudice – erano partiti con una speranza e hanno trovato la morte». Tra i superstiti, diciassette hanno perso qualcuno nell'inabissamento del barcone, colato a picco giovedì scorso a poche centinaia di metri dall'isola. «Non c'è stato alcun ritardo nei soccorsi – ripete l'ammiraglio Felice Angrisano, comandante generale delle Capitanerie di porto – i naufraghi sono stati raggiunti in 14 minuti, ma le barche che partono dall'Africa sono stracolme di persone e insicure, destinate al naufragio». «La verità – sostiene il capo di Stato maggiore della Marina Giuseppe De Giorgi – è che una nave vecchia di trent'anni come la corvetta Danaide, anche se coadiuvata da altre unità, non basta a pattugliare le acque della Sicilia e la tragedia di questi giorni è destinata a ripetersi». Sull'isola le bare non bastano più, dice il ministro dell'Integrazione Cecile Kyenge, sul molo ad accogliere le salme. È questo quello che vedrà mercoledì il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso quando arriverà a Lampedusa, invitato dal premier Enrico Letta: uno sterminata distesa di cadaveri, di bare che i parenti ora invocano che siano restituite all'Eritrea. Il portavoce delle famiglie è don Mosè Zerai, il sacerdote eritreo che da anni è il punto di riferimento dei rifugiati del Corno d'Africa: «Sono stato tempestato di telefonate di familiari e amici, chiedono la restituzione delle salme per dare degna sepoltura ai loro congiunti nella loro terra, e fanno appello alla pietà del governo italiano» dice, chiedendo un volo umanitario che riporti a casa tutte le vittime della tragedia. «Noi abbiamo bisogno dell'Unione Europea: è cambiato tutto negli ultimi due anni, la maggior parte dei migranti non arriva per motivi economici, ma da Stati in guerra» sottolinea Letta, e alla notizia dell'arrivo del presidente della Commissione, il sindaco Giusi Nicolini, stremata nelle giornate più difficili della sua vita, si sfoga: «Il centro di accoglienza è una vergogna, non può ospitare naufraghi e superstiti. Arriva Barroso? vedrete che la svuoteranno allora questa fitinzia...». La situazione del centro «non è degna di un Paese civile» accusa Save the Children: «Oggi 954 persone sono ospitate in una struttura che può contenerne 250». E tra queste, denuncia, ci sono 228 minori, di cui 67 non accompagnati: «Non possono più stare là, sollecitiamo le istituzioni a garantire loro condizioni dignitose». ©RIPRODUZIONE RISERVATA