Lino Grignolio il pittore dimenticato che va riscoperto
CUORGNÈ Il 5 ottobre 1973, all'età di 46 anni, si spegneva all'ospedale di Cuorgnè, solo e in povertà, Lino Camillo Grignolio, pittore. Solo alcuni ne hanno memoria. Ed è un peccato. Perché Grignolio era davvero un artista di grande talento, tanto che Felice Casorati, uno dei maestri indiscussi del Novecento, ne aveva intuite le straordinarie capacità. In un momento in cui il Comune di Cuorgnè ha grandi idee per il polo museale che sta nascendo nell'ex Manifattura (lo gestirà il Cesma per i prossimi dieci anni) far uscire Lino Grignolio dall'oblio e resituirgli quel posto che merita nell'eclettico panorama artistico canavesano è un impegno che va assunto. Ne è convinto Pino Ferlito, per anni collaboratore del nostro giornale, che Grisoglio lo conobbe alla fine degli anni 40, passeggiando in via Garibaldi a Cuorgnè. «Lui, giovanotto che stava completando gli studi di pittura a Torino, aveva più volte silenziosamente accettato la compagnia del ragazzino che ero nel percorso fino alla sua abitazione, in fondo a via Rivassola, dove in tempi lontani era la sede della Gendarmeria francese e poi dei Reali Carabinieri - confida - . Notevole la differenza d' età, entrambi di natura timida e taciturna, ci scambiavamo brevi impressioni sul cigolio di un carretto, sul cielo azzurro, un volo di rondini, i colori delle case. Per me, e credo per molti in quegli anni, era difficile intuire che quegli abiti più che modesti, i rozzi scalcagnati, nascondevano l'allievo prediletto di Felice Casorati, il giovane che dalla Scuola d'Arte di Castellamonte era approdato all'Accademia di Belle Arti di Torino, subito suscitando l'attenzione del grande maestro». «Nelle opere che Grignoio ha lasciato e che ho avuto la fortuna di apprezzare in quella che è stata forse l'unica sua personale, anche uno sprovveduto come me ha potuto avvertire quanto la sensibilità, unita alla particolarità dello stile dell'artista, abbia prodotto immagini incisive e realistiche della più sofferta vita popolare - osserva Ferlito - . Nonostante queste premesse, come ebbe a scrivere il professor Angelo Paviolo: "forse la povertà della sua casa, forse la paura di fronte alle difficoltà che gravano su coloro nel cui animo spira il soffio dell'arte" o, più probabilmente, "l'incapacità di legare la sua libertà espressiva a compromessi di tipo commerciale, unite a una sua debolezza fisica che i pasti approssimativi e affrettati aggravarono, produssero una serie di circostanze sfavorevoli che non permisero di volare all'arte di Lino Grignolio"». «Lo stesso professor Paviolo gli propose una supplenza che si presentava lunga e interessante nella sua scuola ottenendo un diniego perchè Lino Grignolio "non se la sentiva" preferendo trasferire la sua arte in solitudine, in una casa sempre più povera e vuota, "con scrupolo, senza deflettere - cito ancora Paviolo - da quel suo stile ispirato a una modernità impressionista che diede vita a opere che ora godono il posto d'onore in case signorili" - spiega, ancora Ferlito - . Questo è stato il pittore Lino Grignolio, il giovane che nei miei ricordi vedo scendere via Rivassola col luogo passo del montanaro, per tornare alla sua vita sofferta, nel suo rifugio dove tavolozza e pennelli presto sarebbero stati i soli ad attenderlo. Sono trascorsi 40 anni dalla sua morte ma Lino, la sua arte, non possono essere dimenticati. È stato un grande, illustre, canavesano». (m.mi.)