Prescritto il caso della direttrice postale

PONT Sette anni di indagini non sono bastate. È stata chiesta l'archiviazione per prescrizione per il caso della direttrice delle Poste di Pont, sospettata di sottrarre soldi dai conti correnti dei propri clienti. Il provvedimento reca la firma del pubblico ministero Gabriella Viglione, della procura di Ivrea, che ha semplicemente preso atto di come in sette anni, appunto, non si fosse arrivati ad una conclusione della vicenda cominciata l'ormai lontano 22 febbraio del 2006. Quel giorno, infatti, i carabinieri della stazione del Comune porta delle valli, si erano presentati all'allora direttrice dell'ufficio postale pontese, Maria Grazia Banfi, che oggi ha 60 anni, chiedendole spiegazioni in merito alle denunce arrivate in caserma. Le accuse nei suoi confronti erano risultate molto gravi: si parlava di reati quali peculato e falso materiale. Ovvero, si ipotizzava che la donna avesse distratto somme, come sosteneva l'accusa, dai conti dei clienti, arrivando anche a falsificare firme e documenti. Molte le vittime che puntavano il dito contro la Banfi, tanto che si parlava di quasi centomila euro di denaro totalmente sottratto. Ad approfondire le indagini erano stati proprio i militari dell'Arma di Pont, dopo un attento esame degli estratti conto. Sembrava, data la gravità del fatto, che presto si sarebbe giunti ad una conclusione. Invece, sono passate le settimane, poi, i mesi, infine, gli anni, e lentamente il fascicolo è finito nel dimenticatoio fino a qualche giorno fa, quando la Viglione, suo malgrado, si è vista costretta a chiederne l'archiviazione al gip. La notizia, comunicata ai legali delle vittime, ha ovviamente destato sorpresa, indignazione, rabbia, per quanto i ritardi della giustizia avevano già in parte alimentato i timori che non si sarebbe arrivati a capo di nulla, una perfetta vicenda "all'italiana", dunque. Alcune delle persone che avevano sporto denuncia sono persino decedute in questi sette anni, lasciando l'incomodo testimone ai parenti. «Non avevamo certo grandi pretese - parlano alcune delle presunte vittime, attraverso gli avvocati Bertano e Deiro - , una prima sentenza, almeno, che ci concedesse la possibilità di chiedere un risarcimento in caso di condanna o di metterci il cuore in pace. Oggi non rimane che intentare una causa civile, ma con che speranze e fiducia nel sistema giudiziario? Per vedere forse passare inutilmente altri anni e spendere soldi in avvocati? È disarmante». In procura, ad Ivrea, è arrivato da poco il dottor Giuseppe Ferrando, in qualità di procuratore capo, che ignora completamente i termini della vicenda (non potrebbe essere altrimenti). Non ha potuto così fornire spiegazioni sulla gestione dell'indagine in questione. Valerio Grosso ©RIPRODUZIONE RISERVATA