«Il fatto non sussiste, assolvetelo»

RIVAROLO Nessun vantaggio e nessuna consapevolezza di aver trattato con gli 'ndranghetisti. Per Antonino Battaglia, ex segretario comunale di Rivarolo, è arrivato il tempo di difendersi. Mercoledì mattina, i suoi avvocati, Cesare Zaccone e Franco Papotti, hanno preso la parola nel processo Minotauro per chiedere l'assoluzione del loro cliente, accusato di voto di scambio con l'aggravante di aver agevolato la 'ndrangheta. La vicenda è nota e riguarda la ricerca di voti per l'ex sindaco di Rivarolo, Fabrizio Bertot, candidato alle elezioni europee nel 2009. Nell'aula bunker di Torino il primo a prendere la parola è stato l'avvocato Zaccone che ha dato la sua interpretazione del reato di voto di scambio. «In passato, la Cassazione, che ha dovuto decidere se confermare o no la custodia cautelare per Battaglia, aveva stabilito che bastava la promessa di uno scambio di favori tra chi cerca i voti e chi li offre, perchè si prefigurasse il reato, mentre per l'imputato Giovanni Macrì, la stessa corte ha affermato la necessità dell'avvenuto scambio di denaro» ha sottolineato il legale. L'avvocato Papotti è entrato nel merito delle contestazioni. «Se sono stati chiesti 15 anni di reclusione per chi ha fatto parte della 'ndrangheta, chiedere 7 anni per chi c'è stato in contatto per dieci minuti diventa difficile da giustificare» ha osservato il difensore dell'ex segretario comunale che ha rimarcato "un'inesattezza della ricostruzione della Procura perché Battaglia non è mai stato promotore della campagna elettorale di Bertot". L'ex primo cittadino si era candidato al Parlamento europeo nell'ultimo giorno utile e, sempre secondo Papotti, ciò fa comprendere "il clima di affanno e confusione venutosi a creare". «Battaglia non è il promotore della campagna elettorale di Bertot, non agisce come segretario personale dell'ex sindaco, né come segretario comunale, ma come amico personale, dedicando qualche giorno di ferie, distribuendo i santini elettorali, dando un aiuto incondizionato e disinteressato, ma tutto avviene previa autorizzazione di Bertot - ha spiegato Papotti - . Battaglia e Macrì non fanno niente se prima non hanno chiesto a lui. Non c'è niente che non sia passato al vaglio e all'approvazione di Bertot». Sarebbe stato l'ex sindaco, dunque, a dare l'ok per incontrare delle persone che Giovanni Iaria presenta come "imprenditori di Torino". L'appuntamento è l'ormai noto pranzo del 27 maggio 2009 al bar Italia di Torino del boss Giuseppe Catalano. «Non si può affermare che Battaglia e Macrì sapessero che Catalano agiva da esponente apicale della 'ndrangheta - ha aggiunto il legale - . Solo dopo l'arresto del giugno 2011 Battaglia capisce la situazione in cui era finito e fornisce chiarimenti ai magistrati della direzione distrettuale antimafia, permette alla Procura della Repubblica di ricostruire con le voci l'incontro al bar Italia e fornisce particolari sul pagamento del pranzo che doveva essere a carico degli imprenditori, fino a quando, il giorno dopo l'incontro, Giovanni Iaria raggiunge il segretario e gli chiede 20mila euro per conto di Catalano come fondo spese per la campagna elettorale. Ma Battaglia non ci sta e il 30 maggio, con Macrì, va dal boss per negare il contributo. L'accordo non fu raggiunto, né vi fu la promessa». Per tutte queste ragioni Papotti ha chiesto l'assoluzione «perché il fatto non sussiste». Andrea Giambartolomei ©RIPRODUZIONE RISERVATA