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di Gabriele Rizzardi wROMA Rispettare la Consulta. Lo sfogo di Berlusconi sui giudici che emettono «sentenze politiche» nei suoi confronti non è affatto piaciuto al vicepresidente del Csm, Michele Vietti, che liquida le polemiche sul no al legittimo impedimento citando Giorgio Napolitano: «Credo che sulla Consulta abbia già detto tutto il capo dello Stato quando ha ricevuto i nuovi magistrati: riconoscimento e rispetto del ruolo del giudice delle leggi». Una citazione che fa indispettire tutti i fedelissimi di Berlusconi, che ricordano come Napolitano questa volta non abbia mosso un dito per aiutare il loro capo e rispediscono al mittente ogni addebito. «Vietti ha perso una buona occasione per tacere. Rilegga il Manzoni a proposito di Don Abbondio» attacca Fabrizio Cicchitto mentre il sottosegretario alla Pubblica amministrazione, Michaela Biancofiore, che nel 2009 propose la candidatura del Cavaliere al premio Nobel per la Pace, scende in trincea: «Farò ricorso personale, se il presidente Berlusconi mi darà il via libera, alla Corte dei diritti e di giustizia europea affinché possa avere un giusto processo». All'entourage del Cavaliere non è piaciuto il distacco con il quale Enrico Letta ha gestito la delicata questione dellle sentenze, nè quello del ministro della Giustizia Cancellieri («Le sentenze non si commentano»). E Sandro Bondi si fa vivo per chiedere al premier di schierarsi con coraggio: «C'è qualcosa nelle parole di Enrico Letta che non mi convince. Capisco la sua prudenza e la sua felpata capacità di dissimulare ma ci sono questioni, come l'accanimento giudiziario contro il presidente Berlusconi o la questione della sua presunta ineleggibilità, su cui non si può democristianamente glissare. Sono questioni che richiederebbero giudizi politici intellettualmente onesti e coraggiosi anche da parte del presidente del Consiglio...». Letta assicura che il governo non corre rischi ma, contrariamente alle dichiarazioni ufficiali di Berlusconi che promettono senso di responsabilità, su palazzo Chigi cominciano ad addensarsi nubi minacciose. Due sere fa il Cavaliere ha riunito a palazzo Grazioli lo stato maggiore del Pdl e chi era presente alla riunione spiega che la fase della responsabilità è finita e assicura che a questo punto la tregua rischia di saltare davvero. E questo perché l'operazione politica che ha portato al governo delle larghe intese non ha garantito un ammorbidimento delle procure. Lunedì prossimo è attesa la sentenza del processo Ruby ma all'orizzonte c'è anche il Lodo Mondadori e la questione della compravendita dei parlamentari. Il Cavaliere, che dopo il no della Consulta al legittimo impedimento vorrebbe avere un faccia a faccia con Napolitano, si aspetta il peggio e cambia strategia. Nessuna manifestazione anti-pm all'orizzionte ma l'atteggiamento nei confronti dell'esecutivo da oggi sarà diverso: alzare sempre più il tiro su ogni provvedimento a costo di far saltare il banco. Una linea che convince sia i falchi che le colombe del Pdl. Renato Brunetta ripete che il governo dura solo se rispetta gli impegni ma poi fa capire che le sentenze sfavorevoli al Cavaliere potrebbero mettere a repentaglio la vita del governo: «Non dimentichiamo che la libertà di Berlusconi è fondamentale per la democrazia, visto che ha ottenuto 10 milioni di voti...». Daniele Capezzone è ancora più esplicito: «Berlusconi ha reagito alla decisione della Consulta da vero statista, ma nessuno può chiedere al nostro partito di entrare in piena sindrome di Stoccolma, cioè il processo psicologico per cui la vittima rispetta, si identifica, e persino ama il proprio torturatore». ©RIPRODUZIONE RISERVATA