IL RISCHIO DI SMARRIRE L'IDENTITÀ

di DINO AMENDUNI La prima conseguenza del deludente risultato del MoVimento 5 Stelle alle amministrative è un cambio di strategia comunicativa: si va in televisione. Grillo e Casaleggio, secondo alcune indiscrezioni giornalistiche, avrebbero già formato un ristretto gruppo di parlamentari che saranno liberi di partecipare a ogni tipo di programma, compresi i tanto odiati talk show, per «far conoscere le nostre proposte» (questo pare sia il nuovo mantra, in risposta a un comportamento dei media ritenuto omissivo del lavoro compiuto dai grillini in Parlamento). Ma una scelta del genere non riguarda solo la tecnica comunicativa del MoVimento: è una messa in discussione della loro stessa natura identitaria. Accettando le regole del gioco, i Cinque Stelle stanno anche accettando un cambiamento molto più profondo: i grillini non saranno più "esterni al sistema" ma ne faranno parte senza alcuna possibilità di distinguo. La sfida, almeno apparentemente, non sarà più tra chi è dentro (tutti i partiti, tutti i giornali, le "Caste") e chi è fuori (il MoVimento, la società civile, la "Gente"), ma si giocherà sulla qualità dei comportamenti all'interno di un sistema comune. Se da un lato questo cambiamento d'impostazione è persino fisiologico (si sta dentro il Parlamento, dunque si sta dentro le istituzioni, media inclusi), dall'altra parte appare in profonda contraddizione con molte delle scelte che Grillo in prima persona ha intrapreso in questi ultimi anni. A tal proposito, sarebbe interessante capire quanto Casaleggio abbia influito in questo cambio di direzione, e quanto Grillo sia d'accordo. Questa svolta, tra l'altro, sembra anche contraddire il senso tattico del post con cui giovedì scorso il leader genovese ha preso le distanze da Rodotà: una scelta quasi certamente improvvida ma che poteva avere un senso nella misura in cui quell'attacco serviva a soffocare sul nascere ogni possibile alleanza politica tra parlamentari grillini, di Sel e del PD, allo scopo di mantenere la purezza politica, la distanza dal "sistema", e dunque il consenso. Per tutte queste ragioni ritengo che la svolta televisiva del MoVimento 5 Stelle potrà forse portare qualche beneficio nel breve termine, ma causando un'alterazione identitaria troppo significativa per essere sostenibile. M5s ha tratto infinito giovamento dall'assenza-presenza sui mezzi di comunicazione di massa. Ha fatto parlare di sé senza portare direttamente la propria voce, e così ha potuto contestare sistematicamente le distorsioni (vere e presunte) della narrazione dei media. Non si è mischiato con tutti gli altri e questa natura quasi "aliena" ha reso più credibili le posizioni dei grillini che, non a caso, sono arrivati al fantastico risultato elettorale del 24 e 25 febbraio. Tutti questi elementi, ora, rischiano di essere compromessi. Non si può essere "contro i giornalisti" in modo credibile se poi si accetta la partecipazione a eventi che ne legittimano l'autorevolezza. Non si può sostenere che tutte le informazioni (vere) si trovano in Rete, se poi si ritiene che l'unico strumento per farsi conoscere davvero sia la tv. Soprattutto, non si può pensare di essere considerati credibili quando si dice che è tutto sbagliato, senza che allo stesso tempo si prenda una distanza coerente e irriducibile da ciò che si vuole distruggere. Sorprende che Grillo non abbia seguito un'altra strada, molto più coerente con i propri valori, come ha giustamente fatto notare Paolo Flores D'Arcais, elettore di Grillo sia alle politiche che alle amministrative, in una lettera aperta al MoVimento. Serviva la militanza in Rete, la democrazia partecipata (quella vera), serviva aggregarsi per raggiungere obiettivi politici concreti, legati a proposte di legge di iniziativa parlamentare. E invece il MoVimento 5 Stelle rischia solo di diventare (parafrasando una felicissima espressione di Grillo) castamenoelle. ©RIPRODUZIONE RISERVATA