In carcere diventano padre e figlio
di Rita Cola wIVREA Conoscersi dietro le sbarre. Condividere una cella e, nelle ore che non passano, scambiarsi pensieri. Parlare del passato, ma anche del futuro. Ecco, il futuro. Un futuro fuori dal carcere e (perché no?) da padre e figlio. Comincia infatti proprio dal carcere di Ivrea la prima storia, in Italia, di adozione tra detenuti. Il padre ha 53 anni, originario di La Spezia. Nel 2010, quando viene arrestato, la moglie, originaria di un paese dell'Europa dell'est, decide di lasciarlo e di tornare al suo paese. Lui, intanto, si ammala e finisce invalido, sulla sedia a rotelle. Il figlio ha 31 anni, ed è ghanese. Anche lui finisce in cella. La stessa cella. Solo che, quando si sono visti la prima volta, mai avrebbero pensato che sarebbero diventati padre e figlio. È tra il 2010 e il 2011 che questi due uomini decidono di legare in modo insolito il proprio destino. Il padre, a quel momento ancora solo aspirante padre, a un certo punto viene trasferito nella casa lavoro del carcere di Sulmona. In testa sa già ciò che vorrebbe fare, ma detta così sembra impossibile. A Sulmona, l'uomo si imbatte nell'avvocato Maria Pia Lamberti. Lei, a questa storia, ci crede proprio e pensa che ci siano i presupposti per portarla avanti. Non è facile anche se, per la legge, è un caso di adozione punto e basta. Poche settimane fa, il giudice Ciro Marsella del tribunale di Sulmona ha emesso la sentenza. E l'ha motivata così: «La domanda di adozione appare fondata e va accolta. Si ritiene, in dottrina, che le finalità dell'istituto in esame siano ancora quelle tradizionali di perpetuare il nome, il titolo e la titolarità di un patrimonio, in mancanza di discendenti. Peraltro, è possibile che l'adozione acquisti una ulteriore funzione assistenziale, di strumento utile ad alleviare la solitudine nella terza età, ovvero particolari difficoltà personali». Nel frattempo, il padre è stato trasferito a Castelfranco Emilia e il tribunale di sorveglianza ha stabilito l'incompatibilità delle sue condizioni di salute con il regime carcerario. Adesso si trova fuori dal carcere, in libertà vigilata. Anche il figlio è uscito dal carcere. Ha terminato di scontare la sua pena al carcere di Ivrea e poi è uscito. A suo carico, c'era un decreto di espulsione e, come accade in questi casi, è stato accompagnato all'ufficio immigrazione della Questura di Torino. Lì, però, essendo stato adottato, gli è stata riconosciuta la possibilità di rimanere in Italia. Ovviamente, il figlio ha raggiunto il padre. E, da qualche settimana, vive con lui. L'avvocato Lamberti è rimasta colpita da questa vicenda. Per lei, non è stata soltanto lavoro. «Tutti gli operatori del diritto che, in qualche modo, hanno collaborato alla riuscita di questo caso sono rimasti toccati - racconta -. Nasce anche una riflessione: anche nell'ambiente carcerario, spesso duro e ostile, possono nascere e svilupparsi sentimenti autentici e nobili, di straordinaria umanità». Riflessione, questa, condivisa anche da Armando Michelizza. Michelizza è da pochi mesi stato nominato dal Comune garante dei diritti dei detenuti nel carcere di Ivrea: «È l'ennesima dimostrazione che in carcere nascono rapporti importanti, capaci di generare speranza. Se si puntasse di più a dare speranze per un futuro ai detenuti per il dopo, come tra l'altro previsto dalla Costituzione, invece di concentrarsi solo sulla pena e basta, di storie come queste ce ne sarebbero molte di più». @gattobianco ©RIPRODUZIONE RISERVATA