Al funerale di Giulio quel che resta della Balena Bianca

di Fiammetta Cupellaro wROMA Emilio Colombo è tra i primi ad arrivare in chiesa. Stretto in un completo blu «governativo» il senatore a vita novantetreenne punta dritto ai primi banchi, proprio davanti al feretro del suo collega di partito Giulio Andreotti. L'uomo che con lui ha diviso quasi 60 anni di storia italiana e tutta la storia della Dc. Dopo di lui arrivano Pier Ferdinando Casini e Paolo Cirino Pomicino che fino all'ultimo ha chiamato Andreotti «il mio maestro», l'imprenditore Giuseppe Ciarrapico che sale a fatica gli scalini della chiesa tenendosi con un bastone e non rivolge lo sguardo a nessuno. Nicola Mancino, Arnaldo Forlani e Gianni Letta si siedono vicini, l'avvocato Giulia Bongiorno commossa si siede più defilata. Davanti a lei, l'ex premier Monti che non si ferma a parlare con nessuno come Rosa Russo Jervolino e Clemente Mastella. Più indietro si scorgono Gianni De Michelis e il ministro Lupi, la prima e la seconda Repubblica a poca distanza. Ieri le navate di San Giovanni dei Fiorentini hanno accolto i personaggi della Democrazia Cristiana di ieri e oggi. In questa chiesa del centro di Roma che più di tutte rappresenta la vita di Giulio Andreotti, a metà strada tra il Vaticano e i luoghi del potere politico, il senatore a vita, sette volte premier e 22 volte ministro veniva a messa la mattina presto. Non voleva funerali di Stato, Andreotti, ma ieri alle sue esequie c'erano più politici che cittadini. Una corona di fiori inviata dal capo dello Stato e sorretta da due corazzieri ha anticipato l'entrata e l'uscita del feretro accolto con un applauso. Rispettata la sua volontà di non allestire la camera ardente pubblica, nella casa della famiglia Andreotti a pochi passi da Castel Sant'Angelo, oltre ai parenti sono stati accolti solo il presidente della Repubblica, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, Gianni Letta e pochissimi altri. Alle 16,30 il corteo funebre a piedi si è diretto verso la chiesa. Voleva un addio celebrato con un profilo basso e così è stata la cerimonia, officiata dal parroco don Luigi Venuti, nonostante tra i molti concelebranti spiccasse la figura di monsignor Fisichella. L'omelia è stata lasciata proprio a don Luigi che ha preferito raccontare il «suo» Giulio Andreotti che per 15 anni ha chiamato soltanto «presidente». Come tutti nel quartiere. «Mi sono sentito un parroco-postino – ha detto don Luigi – la gente sapeva che davo la comunione ad Andreotti così mi consegnavano bigliettini con richieste, sfoghi oppure solo racconti personali. Lui mi raccomandava di non dire no a nessuno. E rispondeva a tutti. Una volta arrivò addirittura la mamma di un bimbo pulcino della Roma-calcio che voleva protestare perché suo figlio non era stato selezionato. Lui mi consegnò una lettera per quella mamma in cui le dava una vera e propria lezione di vita». E' un Andreotti privato quello che emerge dall'omelia di don Luigi, meno «divo-Giulio» e più parrocchiano devoto con le sue abitudini e le sue passioni come quella per la Roma-calcio che ieri ha inviato uno stendardo e due funzionari. Ma è solo un attimo. Basta che lo sguardo torni tra i banchi della chiesa e vedere riuniti intorno al feretro i volti dei suoi compagni di partito, di chi con lui è stato ministro, segretario politico, capo-corrente, esponenti della finanza bianca. Come il banchiere Cesare Geronzi legato a lui anche da una amicizia. Arriva quando la messa è già iniziata e rimane in piedi. Alla fine anche lui deve mettersi in coda per uscire dalla chiesa strapiena insieme ai politici vecchi e nuovi. Fuori ci sono le telecamere che attendono. Tutti si fermano davanti ai microfoni, nessuno pensa che non sia il caso. Perché in fondo Andreotti avrebbe capito quanto contava dire la frase giusta nel momento giusto. ©RIPRODUZIONE RISERVATA