In Italia leggi all'avanguardia ma è dura farle rispettare
di Ludovico Fraia Se i riti satanici sono mai esistiti, questo certamente lo era. Ed è vivo nella memoria ancora di chi ha più di quarant'anni: avveniva al cinema, durante l'intervallo tra il primo e il secondo tempo. Una mano segreta muoveva, nella tenebra quasi assoluta, un ordigno metallico che lentamente, nel silenzio generale, apriva il tetto della sala: si vedevano finalmente le stelle ma, attraverso una nuvola di fumo così spessa e puzzolente, che a stento sembrava passare attraverso quel rettangolo di cielo. In quella nuvola sembrava impossibile che un essere vivente, fino a pochi minuti prima, potesse essere sopravvissuto. E per circa un'ora. Nell'intenzione dei proprietari di cinema, forse, era un tentativo di aiutare i pochi non fumatori. In realtà, una specie di celebrazione visiva del trionfo del sabba del fumo. Fino al 1975 era l'inferno Fino a quando questo fu permesso? Totalmente libero, assolutamente incontrastato, fino al 1975. Una legge tutta italiana, allora utopica e all'avanguardia – la 584 dell'11 novembre 1975 – stabiliva il divieto di fumare in determinati locali e sui mezzi di trasporto pubblico. Tra gli ambienti: corsie degli ospedali, aule scolastiche, sale di attesa delle stazioni, sale da ballo e, sì – la cosa apparve come un'assurda imposizione degli integralisti della salute – nei cinema. Poco più di una grida manzoniana (le leggi che nessuno rispettava durante la dominazione spagnola in Italia). Il divieto sembrò subito assurdo e inapplicabile ai più. Per non parlare delle risibili dispute giuridiche sull'impossibilità di far rispettare i divieti e anche su chi dovesse intervenire (carabinieri o polizia? vigili urbani o proprietari dei locali). Ma particolarmente assurdo il divieto sembrò per il cinema, luogo deputato al piacere e al relax. Come dire? «Sto qui a vedermi il film e non posso fumarmi il sigaro toscano perché tu hai la fisima dell'aria pura?». I fumatori arroganti Talmente "assurdo" il divietoche almeno fino agli '80 – ma in continua decrescita – a chi andava al cinema toccava di assistere, o di partecipare, a scontri verbali, e anche fisici, tra chi invocava il divieto e gli immancabili arroganti che, contestati, ribattevano: «Ma quale legge? Chiami la guardia se vuole e vediamo!». Punto forte del prepotente perché la guardia, in effetti, anche se raggiunta, avvertiva che aveva «cose più serie da fare». Qui da noi siamo avanti Un'Italia dunque all'avanguardia – salvo per l'aspetto decisivo dell'applicazione – in una lotta che, del resto, è plurisecolare. Dopo l'introduzione del fumo – gli europei impararono dai nativi americani intorno alla fine del sedicesimo secolo – ci si rese conto abbastanza presto che faceva male, anche se era indubbiamente un grande affare per chi lo vendeva. Nel 1604 il re inglese Giacomo I scrisse un'invettiva contro i danni del tabacco ma non lo vietò come, invece, fecero in Cina e in Svizzera. Pare, comunque, che a diffondere il fumo in modo capillare in Europa, durante la Guerra dei Trent'anni, siano stati i lanzichenecchi, le truppe mercenarie germaniche al soldo degli imperatori tedeschi e famose per la loro particolare ferocia. Dopo la guerra i primi atti Una vera lotta al tabagismo, sistematica ed efficace, però è cominciata solo nel secondo Dopoguerra. Se il caso italiano del 1975, pur isolato e inefficace, è un nobile precedente, a fare sul serio ha cominciato nel 1994 lo Stato della California, vietando il fumo degli uffici e nel 1998 negli spazi chiusi. La differenza all'Italia del 1975: lo Stato americano ha fatto applicare sul serio e severamente la legge. In Italia, si è ritentato – per la verità – nel 1995, con scarsi risultati. Ma è il vero eroe italiano della lotta al fumo (che costituì perfino un sostegno all'Unione europea) è stato il ministro della Salute del secondo governo Berlusconi: Girolamo Sirchia. Sirchia, tecnico, in quanto medico, al servizio della politica, ha assestato – nell'incredulità generale – due formidabili colpi, due autentici gol da fuoriclasse. Il primo: dal 16 gennaio 2003 (grazie alla legge 3 di quell'anno) ha vietato il fumo nei luoghi chiusi, a eccezione di apposite stanze da fumo. È stato il colpo ai ristoranti anche quelli considerati, dai più, autentici templi della libertà di relax. Il secondo colpo è stato completare la legge (finanziaria 2005) con sanzioni non trascurabili, come quella massima di 3mila 300 euro per i gestori dei locali e di 550 per i trasgressori. Il messaggio fondamentale: la gente ha capito che si trattava non di parole ma di fatti. Tentativi di restaurazione Non che tutti accettassero senza fiatare. Un autentico colpo di scena c'è stato quando, poco dopo il secondo tremendo colpo sirchiano, il successore alla Salute, Francesco Storace, ha tentato di intervenire con la storica frase: «Basta eccessi di salutismo. Voglio aiutare i consumatori». Sirchia a quel punto parlò di «retromarcia». Storace replicò con durezza colpendo il predecessore su un punto debole: «Si preoccupi di rispettare le leggi per cui è indagato», riferendosi ad alcune disavventure giudiziarie del nemico del fumo. Risultati, però, zero: indietro non si è più tornati. Il futuro? Forse si marcia verso il Bhutan: unica nazione dove è vietato vendere e fumare tabacco. ©RIPRODUZIONE RISERVATA