Pd, come cambia la mappa delle correnti

ROMA La bordata di Matteo Renzi contro il segretario Bersani ha fatto emergere il sommovimento delle correnti del Pd iniziato all'indomani dei risultati elettorali. Il motore di tutto è la futura leadership del Partito. Il Pd ha due organismi collegiali, l'Assemblea nazionale e la Direzione, che riflettono i rapporti di forza del congresso del 2009 quando Pier Luigi Bersani si impose su Dario Franceschini e Ignazio Marino. L'Assemblea è composta da 1.000 delegati e si riunisce raramente (l'ultima volta per approvare le regole delle primarie), mentre la Direzione, con 150 membri, è il vero «parlamentino» del Pd, e si riunisce più spesso. Al congresso del 2009 Bersani fu appoggiato oltre che dalla maggior parte degli ex Ds anche dall'area vicina a Enrico Letta e da quella di Rosy Bindi. Dario Franceschini era sostenuto dal grosso degli ex Margherita nonchè dall'area vicina a Piero Fassino e da quella di Walter Veltroni. Dopo il congresso, Franceschini e Fassino decisero di sostenere la segretaria di Bersani, formando Area Dem, dalla quale uscirono gli ex popolari di Beppe Fioroni, i veltroniani e i liberal di Paolo Gentiloni. Con le primarie dello scorso ottobre gli assetti si sono modificati. Matteo Renzi è stato appoggiato da una serie di dirigenti e amministratori locali che negli anni precedenti si erano andati strutturando con incontri alla Leopolda di Firenze. Con lui anche alcuni esponenti dell'area Veltroni mentre il grosso degli ex veltroniani si sono schierati accanto a Bersani, così come le correnti di Franceschini, Letta, Fioroni e Bindi. Con il segretario anche i «giovani turchi», la nuova area composta da quarantenni di area ex Ds (Fassina, Orfini, Orlando). I gruppi parlamentari riflettono questa nuova realtà con i «renziani» che ammontano a circa 50 parlamentari, compresi i liberal di Gentiloni (Roberto Giachetti, Ermete Realacci, Andrea Marcucci). Finora Bersani ha goduto dell'appoggio delle correnti che lo hanno sostenuto alle primarie, ma dopo il fallimento del suo tentativo di formare il governo e la conferma di puntare a un reincarico con il nuovo presidente della Repubblica, Franceschini e Letta gli hanno esposto i rischi di una scissione nel partito. Infatti la volontà di Bersani di ricevere l'incarico viene interpretata come l'intenzione di essere nuovamente il candidato premier in eventuali nuove elezioni a breve. Obiettivo a cui punta anche Renzi. Il rischio è una spaccatura tra ex Ds ed ex Margherita, vista l'ostilità dei «giovani turchi» verso il sindaco di Firenze. Le aree di Franceschini e Letta stanno riprendendo autonomia da Bersani senza ancora schierasi con Renzi. Ma l'obiettivo è guidare un processo che porti l'intero partito con quest'ultimo. Paradossalmente gli ex Margherita puntano a Fassino e a D'Alema, che proprio Renzi voleva rottamare, per tenere unite tutte le anime del Pd.