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di Pietro Criscuoli wROMA Napolitano mette in congelatore la crisi politica, il suo mandato e il governo Monti. Con una sola mossa apre una parentesi nell'ingarbugliato tentativo di dare un governo a questa legislatura impossibile: nomina due commissioni di dieci saggi (scelti col bilancino tra tutte le forze politiche) perché trovino punti condivisi su riforme istituzionali (legge elettorale) e misure anti-crisi. Poi annuncia che non si dimetterà prima del tempo (come ipotizzato fino a ieri mattina). Infine assicura, parlando ai mercati e agli apprensivi governi europei, che Monti resta alla guida dell'esecutivo nel pieno dei poteri. In poche parole il governo Monti è «operativo» e «sta per adottare provvedimenti urgenti per l'economia», d'intesa con la UE e con «il contributo del nuovo Parlamento». Insomma una manovra a tutto campo che sorvola sullo stallo politico provocato dai veti incrociati di Pd, Pdl e M5S. Per ora sospendiamo tutto, ragiona il presidente, vediamo di trovare pochi punti condivisibili, poi si vede. Intanto passano alcune settimane e si può arrivare così a fine aprile, quando prevedibilmente si riuniranno in seduta congiunta deputati, senatori e delegati regionali per eleggere il nuovo capo dello Stato. Napolitano non si prenderebbe quindi la briga di indicare un nuovo politico, dopo Bersani, incaricato di formare il governo. Con questo calendario si renderebbero molto difficili se non impossibili le elezioni anticipate a giugno (non ci sarebbe il tempo materiale, a meno che non si decida di votare in piena estate) e si consente al nuovo inquilino del Colle di provare a mettere insieme i tasselli di una possibile maggioranza. Di un governo del presidente, di basso profilo e breve durata, che consenta almeno di varare una nuova legge elettorale e provvedimenti tampone per l'economia. Insomma il minimo comun denominatore tra Pd e Pdl. La strada imboccata da Napolitano, anche se inedita dal punto di vista costituzionale, dà un po' di respiro a tutti. I grillini sono i primi ad apprezzare, addirittura a usare tonti entusiastici :«La strada scelta è quella che più si avvicina alla soluzione in un momento così difficile», dice il fedelissimo Claudio Messora. Ovviamente è la strada preferita dal M5S: non doversi alleare con nessuno, fare la battaglia indipendente senza la responsabilità di dover dire no e sì. Va bene per ora al Pd perché gli lascia aperta la strada di un governo istituzionale o del presidente che non è l'umiliazione di un accordo con Berlusconi. «Siamo pronti ad accompagnare il percorso indicato dal presidente Giorgio Napolitano. Governo di cambiamento e convinzione per le riforme restano l'asse», assicura Pier Luigi Bersani. E tutto sommato va benissimo al Pdl, che con Alfano ripete: «Delle due l'una: o governo politico di grande coalizione o subito al voto». Una posizione ferma e chiara, già sintonizzata sulla campagna elettorale. E in attesa della battaglia decisiva per il nuovo inquilino del Quirinale. Perché è quella, la sagoma del Colle, che si allunga sempre di più sui palazzi della politica. Ognuno cerca di posizionarsi al meglio per ottenere il massimo da una partita che come posta in gioco ha sette anni di arbitraggio assoluto. Piano piano la prospettiva si sta spostando e al punto uno dell'ordine del giorno si insedia il problema del successore di Napolitano. Solo dopo si riproporrà quello del governo. Già nei colloqui con Napolitano se ne è parlato. Perché se venisse eletto un capo dello Stato tipo Romano Prodi, lo scontro Pd-Pdl diventerebbe violentissimo. Diverso se la spuntassero un Giuliano Amato o una Cancellieri. Berlusconi vuole assolutamente un uomo che gli dia garanzie sul fronte giudiziario. Ma né Pd, né Pdl, né M5S (che farà le primarie online) hanno i numeri per fare da soli. Forse solo Pd e montiani, ma questi hanno fatto sapere che non voteranno mai un candidato di sinistra. Insomma stallo anche lì, per ora. Ma l'uomo "giusto" verrà fuori per forza. ©RIPRODUZIONE RISERVATA