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di Paolo Carletti wROMA Dal «garbato avvertimento» di sabato all'aut aut di ieri il passo di Bersani è stato rapido: «Voglio dirlo con chiarezza: noi non saremo in grado di votare così come sono le norme sulla scuola, sono norme al di fuori di ogni contesto di riflessione sull'organizzazione scolastica – carica Bersani – e finirebbero per dare un colpo ulteriore alla qualità dell'offerta formativa». Oggetto del primo autentico scontro tra il Pd e il governo Monti è la legge di Stabilità nei suoi molteplici aspetti, ma in particolare appunto la legge che prevede l'aumento da 18 a 24 ore dell'orario di insegnamento dei docenti di scuola secondaria, a costo zero, e con il taglio conseguente – denunciato fin dalle prime ore da Bersani – di migliaia di posti di lavoro. Il Pd quindi non voterà quelle norme che solo l'altro ieri Bersani aveva definito in rapida successione, «allucinanti», «disastrose», «norme scritte da impreparati». Ieri ha concretizzato: «Quella roba là non la votiamo» ha ripetuto ai suoi. Il governo ha annusato l'aria già da qualche giorno, la protesta è arrivata dentro la maggioranza, ma la protesta sta soprattutto crescendo nella base dei lavoratori, tra i docenti che ieri hanno anche inscenato un flash mob davanti al Miur e stanno preparando altre iniziative. Per adesso sono soprattutto le scuole della capitale ma la sollevazione c'è da giurarci che si allargherà. Questo mentre i partiti cercano di studiare come cancellare altri «pasticci», come sostengono al Pdl, presenti nella legge di stabilità difesa con strenua convinzione dal ministro Grilli (ma che a Monti non piace in molti passaggi). Vale a dire il taglio retroattivo delle detrazioni (1,9 miliardi), evitare l'aumento dell'Iva anche a costo di rinunciare alla riduzione delle aliquote più basse dell'Irpef. I partiti stanno «puntando» i 5 miliardi di euro risparmiati in questi giorni con il crollo dello spread. Oppure i 10 miliardi di aiuti alle imprese individuati nel piano del professor Giavazzi, ma in questo caso la materia è molto delicata. Intanto gli sforzi si concentrano, soprattutto a sinistra ma anche in larga parte del Pdl, nel tentativo di evitare ulteriori danni alla scuola. E le rassicurazioni del sottosegretario all'Istruzione Marco Rossi Doria non recano alcun sollievo: «Ho fiducia – dice Doria – che non ci saranno tagli all'organico degli insegnanti e che si possa lavorare con le forze politiche in Parlamento per mantenere il bilancio della scuola come da spending review, senza tagliare posti di lavoro». Ma dal Pd obiettano: i tagli ci sono, sono già previsti. E non solo tra le supplenze, ma a migliaia anche tra gli insegnanti di sostegno. Poi c'è anche l'aspetto sindacale che fa infuriare la categori. Vendola e Di Pietro si dicono pronti «a marciare» al fianco di Bersani, ma anche dal Pdl arrivano segnali tutt'altro che rassicuranti per i «bocconiani». Il segretario del Pdl Alfano (che domani incontrerà il governo mentre oggi tocca a Casini dell'Udc) taglia corto: «Se ci saranno passi indietro sulle detrazioni verrà violato un patto tra Stato e cittadini. Un tradimento che noi impediremo così come ci opporremo all'aumento dell'Iva». E Francesco Giro del Pdl si dice d'accordo con Bersani: «Un berlusconiano come me non può votare un provvedimento tutto tagli e tasse, sarebbe un tradimento del patto fiscale con i nostri elettori fin dal 1994». Il ministro Grilli sembra farsi scivolare le critiche e sostiene che la legge di stabilità «è stata pensata con la migliore filosofia, ed è stata messa grande attenzione all'equità. Abbiamo postato un fondo da 900 milioni su cui il Parlamento dovrà decidere la destinazione. Noi suggeriamo per finalità sociali». E spunta fuori di nuovo la social card di berlusconiana memoria. Il Pd replica a Grilli che c'è un dramma aperto e da sanare alla svelta: quello degli esodati. ©RIPRODUZIONE RISERVATA