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di Gabriele Rizzardi wROMA «Il momento è carico di tensioni e preoccupazioni. La sfida è la produttività e tutti devono fare di più». Monti, che promette di sbloccare 50 miliardi di euro entro la fine della legislatura per interventi infrastrutturali, ammette che il governo ha contribuito ad «aggravare» la congiuntura economica con i suoi provvedimenti, che però serviranno al «risanamento e alla crescita», e chiede ai sindacati uno sforzo aggiuntivo. In cambio, il governo promette più risorse economiche. «Ci sono margini per mettere più soldi in tasca alla gente, ma è necessario che lavoriamo tutti per una maggiore competitività delle aziende», spiega il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, che d'ora in poi seguirà in prima persona il confronto tra sindacati e imprenditori, come è accaduto con il ministro del Welfare, Elsa Fornero, per il mercato del lavoro. Dopo aver incontrato la scorsa settimana gli imprenditori, con i sindacati Monti questa volta interviene in due tempi. «Ci aspettiamo, anzi esigiamo a nome del Paese e dei cittadini, che imprese e sindacati facciano qualcosa di più con il loro diretto e congiunto impegno» dice il premier in mattinata. Poi, nel pomeriggio, ricevendo a palazzo Chigi i leader di Cgil, Cisl, Uil e Ugl per il vertice su crescita e sviluppo, il Professore ammorbidisce i toni: «Vorremmo ragionare, con voi e con il vostro contributo, di produttività come ingrediente fondamentale per la crescita e l'occupazione». Monti, insomma, pone il problema della produttività e della competitività, «che in questo momento è più importante dello spread», e punta a facilitare il difficilissimo confronto tra le parti sociali, alle quali dà un mese di tempo per raggiungere un accordo: «C'è urgenza di uno sforzo per risultati concreti, abbiamo poche settimane disponibili prima dell'Eurogruppo e del vertice Ue di ottobre». Ma i sindacati al governo non chiedono consigli bensì misure concrete come la detassazione delle tredicesime e gli incentivi fiscali sui premi di produttività. La Cgil minaccia lo sciopero generale in mancanza di risposte positive mentre la Cisl invoca un patto sociale per la crescita e la Uil considera inadeguata l'azione del governo sul fronte dello sviluppo. Il governo troverà le risorse per appesantire le buste paga e dare un po' di respiro ai lavoratori? Il ministro Passera ci mette la faccia, anche se non si sbilancia sui tempi e invita i sindacati ad usare di più l'accordo del 28 giugno: «Intendiamo mettere le poche risorse che abbiamo come un'azione di supporto a quello che porterete come sindacato dal tavolo con gli imprenditori, speriamo già nei prossimi giorni. Sulla produttività, ci aspettiamo proposte ambiziose e complessive». Quel che è certo è che alle promesse del governo non crede più di tanto Susanna Camusso. La leader della Cgil, che ha lanciato una grande mobilitazione per il lavoro e chiede che si riunifichino le tante vertenze aperte, a cominciare da quella dell'Alcoa, risponde al premier che la crescita «non può dipendere da quello che le parti sociali possono fare in termini di produttività aziendale» e aggiunge: «Servono interventi sulla produttività di sistema, politiche industriali ed energetiche da parte del governo. E servono anche nuove norme sulla legalità e sulla corruzione». La bocciatura, insomma, è netta e lo sciopero generale non è affatto escluso. «Vedremo quali sono le risposte che arriveranno dal governo. Finora», precisa la Camusso, «non c'è assolutamente alcun impegno da parte del governo, che continua a immaginarsi una incentivazione semplicemente al maggior lavoro. Tutto, in una stagione di cassa integrazione e licenziamenti». La Cisl è un po' più ottimista. Raffaele Bonanni si dice disponibile a lavorare «insieme al governo» sui problemi di crescita e di produttività ma chiede a Monti di detassare proprio gli accordi di produttività ripristinando gli sgravi fiscali. Ciò che il sindacato di via Po apprezza di più è la disponibilità al dialogo e al confronto offerta dal governo. A palazzo Chigi nessuno pronuncia la parola «concertazione», che fu abolita da Berlusconi, ma Bonanni è comunque soddisfatto. Questo però, non vuol dire che il sindacalista rinuncia a fare pressing sul governo: «I salari sono bassi per le troppe tasse e per la scarsa produttività di sistema». A togliersi qualche sassolino dalla scarpa è anche il segretario della Uil, Luigi Angeletti: «Nei paesi normali sono i cittadini che esigono che i governi facciano di più». E i partiti? Il responsabile lavoro del Pd, Cesare Damiano, ritiene che con le sue parole Monti abbia ammesso che il governo ha contribuito a rallentare l'economia e chiede un «cambio di passo» che vuol dire la fine del solo rigore. Duro anche il comento di Nichi Vendola: «Il Professore non ha dimostrato strabilianti capacità tecniche». ©RIPRODUZIONE RISERVATA