SHOW POVERO E CON LA PALLA AVVELENATA

di STEFANO TAMBURINI Sì, va bene: ci sono i lustrini, i premi sempre meno ricchi e i cotillon. Ma è tutta scena: l'impero che s'è fatto periferia ha bisogno di mantenere i suoi simboli anche se i tappeti non riescono più a nascondere la sporcizia. Ci piaceva dirlo che il nostro era il campionato più bello del mondo, e pazienza se non era mai stato vero o non lo era più da tempo. Solo che a suon di far lievitare i debiti (oltre due miliardi e mezzo) e con il burrone a un passo, la frenata è dovuta arrivare per forza: brusca e non priva di conseguenze. Anche perché tutto intorno è un triste fiorir di scandali, partite truccate, schiaffi degli ultrà e ultime star in fuga nel cuore di notti una volta popolate di sogni di grandi acquisti. L'ultima stagione si era chiusa con una sequenza di show deprimenti: giocatori a rapporto dagli ultrà, mezzo stadio che osanna un allenatore che ha appena picchiato un suo giocatore e calpestii di sentenze che cancellano scudetti fuori dalle regole. Poi c'è stata un'estate che non prometteva niente di buono e che invece ci ha fatto lo splendido regalo di una nazionale seconda all'Europeo. Fra l'altro raccogliendo applausi anche fra quelli che ci consideravano furbetti del rigorino rubacchiato e del catenaccio ostentato. C'è stato l'abbraccio corale a un ct che ha fatto capire che si può essere orgogliosi anche senza vincere se si è dato quel che si ha e fin che ce n'è. Una lezione, una grande lezione e al tempo stesso un segno di vitalità sul piano tecnico. Dopo ci sono state le Olimpiadi, con qualche tuffo nel peggio (i nuotatori e il marciatore dal sangue marcio) e con le tante, immense, lezioni di atleti veri, cresciuti a pane e sacrifici a cancellare il calcio dalle prime pagine dei quotidiani ad eccezione – curiosamente ma non troppo – di quelli sportivi. Poi, il brusco risveglio, a ricordarci che il nostro calcio purtroppo è quello senza troppi confini fra tifosi da regole tribali e presidenti-ultrà, più di un paio dei quali rissosi come bulletti di borgata. Così non è più sport. Per fortuna siamo ancora in tanti a non voler essere come questi avvelenatori di pozzi. Appassionati ma non accecati da una fede purché sia, anche se lo show è più povero e la palla avvelenata. Proviamo a resistere, il peggio forse non lo abbiamo ancora visto ma da qui si può solo risalire. Almeno speriamo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA