Severino: «Le parole di Napolitano vanno mantenute segrete»
di Maria Rosa Tomasello wROMA Non è necessario attendere alcuna sentenza. Qualsiasi sia la soluzione interpretativa dei giudici costituzionali, per il Guardasigilli Paola Severino la decisione sul vuoto normativo che ha fatto esplodere in conflitto tra il Quirinale e la procura di Palermo non cambia la priorità, ovvero «rispettare la sostanza della legge, che è quella di evitare che conversazioni del capo dello Stato possano essere rese pubbliche», anche se l'intercettazione, essendo stata casuale, «si poteva fare». Da Mosca il ministro della Giustizia difende a spada tratta le prerogative del presidente della Repubblica: «Qualunque sia la decisione, l'importante è mantenere la segretezza delle telefonate» che riguardino figure «protette per il loro ruolo istituzionale». Nessuna delle due conversazioni tra Giorgio Napolitano e l'ex ministro Nicola Mancino, indagato a Palermo con l'ipotesi di falsa testimonianza nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia che sarebbe seguita alle stragi degli anni Novanta – dialoghi che per il Colle avrebbero dovuto essere immediatamente distrutti – deve dunque essere divulgata, come potrebbe accadere nel caso in cui i pm le affidassero alla cosiddetta «udienza filtro» in cui accusa e difesa si confrontano davanti al gip sulla necessità di conservare nel fascicolo le conversazioni, anche se ritenute dalla stessa procura «irrilevanti ai fini del procedimento». Ma il ministro non vede «contrapposizioni tra poteri dello Stato» e giudica «correttissimo» il quesito posto dal Quirinale . Il tema, dice, è tutto qui: se per il capo dello Stato «si debba applicare la procedura prevista dal codice per tutte le intercettazioni, o una normativa speciale». E in assenza di una norma specifica, spetta ai giudici costituzionali dirimere la questione. A Palermo, dove il procuratore capo Francesco Messineo nel pomeriggio convoca un vertice con l'aggiunto Antonio Ingroia e i sostituti della dda Nino Di Matteo e Lia Sava, l'iniziativa del Quirinale non cambia il giudizio: «Altra via non c'è, la legge non la prevede. Se avessimo noi in autonomia deciso di distruggere le intercettazioni avremmo commesso un reato». L'articolo 7 della legge 219 del 5 giugno 1989, che viene richiamato nel decreto del presidente, infatti, prevede espressamente solo che il capo dello Stato non possa essere intercettato. «A essere sinceri non ci aspettavamo questa reazione, ma siamo sereni» commenta Ingroia, «riteniamo di avere applicato la legge nel migliore dei modi e di non aver leso in alcun modo le prerogative del capo dello Stato. Anzi, di avere usato il massimo delle cautele consentite dalla legge». «I magistrati di Palermo hanno agito in buona fede secondo come ritenevano giusto applicare la legge – sostiene il procuratore antimafia Pietro Grasso – il nostro ordinamento non prevede una norma specifica, ora deciderà la Consulta». Ma dal Quirinale, sottolinea, che non è mai arrivata alcuna pressione: «Sono stato chiamato a dare contezza della mia funzione istituzionale di coordinamento. Nè i magistrati di Palermo hanno subito pressioni». Nel giorno in cui il Pd si schiera compatto con Napolitano e il Pdl torna a chiedere nuove regole sulle intercettazioni, Antonio Di Pietro sferra al presidente un duro attacco che scatena nuove polemiche: «Si rende conto che una scelta così drastica mortifica le istituzioni? – chiede il leader dell'Idv – Perché lei rifiuta di far sapere a terzi cosa vi siete detti con l'ex ministro degli Interni Mancino? Noi invitiamo i giudici di Palermo a resistere, resistere, resistere». Parole che scatenano la reazione immediata del Pd: «Attacchi indecenti contro il Quirinale», tuona Bersani. «Di Pietro sta superando ogni limite» aggiunge Anna Finocchiaro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA