Prandelli riconosce: siamo finiti in ginocchio
di Valentino Beccari wINVIATO A KIEV (Ucr) La sua "America" era la Spagna, il West da conquistare un'idea di gioco futurista come quella dei filosofi illuminati del centrocampo Iniesta, Xavi e Fabregas. Il sogno "americano" però va in panne sulla strada della finale come la motocicletta di Kerouac. L'Europeo perfetto di Cesare Prandelli non è un'opera compiuta, vittima di quella stessa Spagna che ha ammirato e magari sognato di superare in quei sonnellini pomeridiani nel "buen retiro" di Cracovia che sono diventati affresco letterario nel diario di bordo della spedizione azzurra. È andato vicino a battere i campioni del mondo nella partita inaugurale e allora perché no provarci in finale. Ma la notte non è magica. La Spagna naviga nelle sue acque territoriali, quelle del possesso palla esasperato, del fraseggio estremo. Difficile capirci qualcosa quando conosci la lingua e la fortuna ti dà una mano, impossibile quando devi ricorrere al traduttore simultaneo e le stelle stanno a guardare. «La Spagna era più fresca di noi – commenta a caldo il ct – noi abbiamo speso tantissimo e non siamo stati in grado di recuperare forze ed energie». Già, perché la Spagna va in gol dopo pochi minuti, perché i muscoli di Giorgio Chiellini gettano la spugna troppo presto, perchè quando vai sotto di due reti contro la squadra più forte del terzo millennio non puoi che trattare la resa e limitare i danni. «Abbiamo capito da subito che dovevamo contenere gli avversari – continua Prandelli – e la generosità della squadra è andata a scapito dell'equilibrio tra i reparti e per fare il nostro gioco bisogna essere al top fisicamente». L'unico appunto che si può muovere al ct azzurro è l'ingresso di Thiago Motta al posto di Riccardo Montolivo. Sono bastati sei minuti e un allungo per togliere l'italobrasiliano dai giochi, lasciare l'Italia in dieci per una mezzora e far scorrere i titoli di coda sulla finalissima. «Rifarei tutto allo stesso modo – commenta il ct – comunque non abbiamo perso per un cambio. I ragazzi sono stati straordinari e hanno disputato un Europeo da protagonisti». Ma la sconfitta non toglie nulla al valore di Prandelli. È padre ma non padrone, maestro di vita, quasi un prete di paese che cura le anime, perse e non. A Danzica, Poznan, Varsavia, Kiev come all'oratorio di Orzinuovi dove ha studiato la dottrina e il gioco del calcio. Un "parroco" che ha preso l'Italia lacerata dalla campagna del Sudafrica e l'ha riportata ai massimi livelli con la forza del gioco e il senso dell'estetica bandendo i palloni alti e inserendo il catenaccio tra i reati penali. Insomma, il dolce stil novo del pallone che esalta il fraseggio ed il possesso palla. Discepolo del vangelo spagnolo il cui verbo Prandelli cerca di coniugare con le caratteristiche dei vari De Rossi, Montolivo, Pirlo. Eppoi anche il codice etico che entra a Coverciano dalla porta principale ed esalta la morale in un ambiente che a volte sembrava più malfamato dei peggiori bar di Caracas. Un'idea incompiuta per colpa della Spagna ma con il cartello lavori in corso. Già, perché il "prandellismo" adesso è una scuola di pensiero, una rilettura in chiave moderna del "sacchismo", una novità in un calcio italiano che da troppo tempo non depositava brevetti. Ma ora c'è il rischio di rovinare tutto. Già, perché Prandelli ha nostalgia: del sapore dello spogliatoio, del profumo del campo che sia quello dell'erba immacolata dei grandi stadi come della terra dura dell'oratorio. Ha manifestato l'esigenza del pane quotidiano del pallone che l'esperienza da ct non può concedergli. Sentimento convinto o tattica per rilanciare? Non chiede più soldi il mister di Orzinuovi ma potere e spazio per un'idea, ovvero una Nazionale che possa essere squadra e non parentesi, evento tutto l'anno e non solo sogno di mezza estate. ©RIPRODUZIONE RISERVATA