L'apprendistato ieri e oggi Il vero percorso formativo
In quegli anni di guerra e di ristrettezze economiche, per un giovane di elementare scolarità che lasciava la scuola, l'inserirsi nel mondo del lavoro presentava, sia pure in misura minore, difficoltà non molto diverse da quelle che lo funestano oggi. A questo fine c'erano - al di là dei grandi complessi industriali - Olivetti, Varzi, Chatillon e Zanzi, oltre ad altre non celebrate aziende - anche degli ottimi artigiani verso i quali confluire, in una sorta di non istituzionalizzato apprendistato, in una delle botteghe artigianali allora presenti in zona. Un apprendistato il quale non poteva essere, per motivi culturali e contingenti, uguale a quello con cui lo si identifica oggi e ai suoi percorsi formativi con tanto di regole e protezioni. In quegli anni, prevalente in zona, era un "apprendistato di bottega"; un apprendistato il cui percorso formativo rispecchiava in tutte le sue sfaccettature, artigiane, umane, culturali e caratteriali che fossero, la statura professionale del "padrone" nella cui bottega - o boita - avremmo iniziato l'apprendistato; un apprendistato il quale non era, per l'epoca, inferiore a quelli più specialistici e mirati che si svolgevano in altre più attrezzate strutture. In questa breve riflessione sarebbe quanto mai ingrato - ma soprattutto ingiusto in considerazione al periodo considerato - associare al sostantivo "padrone", alcune di quelle aggettivazioni negative che caratterizzarono, con qualche folcloristico eccesso, un'epoca. Un percorso formativo dai molteplici impegni i quali, nella loro iniziale apparente banalità, evidenziavano e favorivano, fin'anche negli aspetti più elementari, sia la disponibilità sia - più che le eventuali capacità attitudinali del richiedente - l'impegno e la serietà. Nel percorso formativo di allora questo non aveva la struttura, non i tempi né, nelle applicazioni pratiche, periodi associabili ad un qualsiasi percorso formativo attualmente inteso. In quell'atmosfera un po' fascinosa nella quale non eravamo in grado - per età e cultura - di percepire appieno il desiderio di apprendere, di crescere e fare: insomma, era il tempo "da desse n'ande" come ripetevano i lavoranti della stagione prima ai loro figli. E se sul tema fossimo - con le istituzioni più sensibili e presenti - meno sordi e più graffianti nell'aprire uno spiraglio al nostro futuro? Se è pur vero com'è vero che non tutti gli apprendisti erano dei potenziali Domenico Burzio di olivettiana significativa formazione, era altresì vero che se non tutti i giovani aspiranti apprendisti non possedevano la "zucca" di Domenico, del Burzio avevano tuttavia la caparbietà e soprattutto il naturale entusiasmo di fare e di apprendere. Oggi, al di là della scolarità raggiunta e al di là dei vincoli legislativi con cui è regolamentato l'apprendistato, uno dei modi per apprendere una professione, potrebbe essere quello di inserirsi in un percorso formativo presso un vero professionista, ricordando che la manualità - che è poi quella capacità di fare (e di fare nei più svariati campi) - va inseguita e con intelligenza arricchita con un gratificante valore aggiunto acquisibile - questo sì - con naturalezza, sensibilità ed entusiasmo. A questo proposito, significativa quanto stupefacente è la naturale propensione manuale dei ragazzi. Non soffochiamogliela, questa loro naturale capacità di fare e scoprire, posponendone all'infinito le stagioni. Infine, che dire su di un percorso che non esiterei un attimo a ripercorrerlo oggi come lo percorsi - e come molti seniores ripercorrerebbero con giovanile curiosità ed entusiasmo - tantissimi anni fa? Avanti i proponenti e un altrettanto pressante avanti ai richiedenti: dopotutto, dopo il maltempo non arriva forse il sereno? D'altro canto, non si può stare in acqua all'infinito: a riva, se non siamo pesci, bisognerà pure ritornare, che diamine! Grazie. Alesssandro Crotta