Al via dopo quattro anni il processo Righino

PAVONE Cadaveri di cinghiali nascosti, fascette di riconoscimento alterate, prove sparite. Ci sono tutti gli elementi di un giallo d'autore nella tragedia della morte di Franco Righino, 37 anni di Pavone Canavese tecnico dell'Arpa di Ivrea, deceduto il 27 novembre 2007 nei boschi di Brosso nel corso di una battuta di caccia. È quanto emerso, ieri, in tribunale ad Ivrea, quando a distanza di ben quattro anni e mezzo si è finalmente aperto il processo che vede sul banco degli imputati uno dei compagni di Righino, Diego Giacomo Danni, 47 anni, compaesano e amico della vittima, accusato di omicidio colposo, difeso dall'avvocato Rosalba Cannone. A deporre in aula sono stati chiamati i carabinieri che in questi anni hanno svolto le indagini. Nel loro resoconto hanno ripercorso le circostanze della morte di Righino. Quel giorno nei boschi della Val Chiusella a quella battuta di caccia al cinghiale erano in molti, ma la pallottola che uccise Righino, l'accusa ritiene sia stata esplosa dal fucile Beretta a due canne dell'imputato. Da quell'arma furono esplosi due colpi: uno centrò un cinghiale; l'altro, dopo aver colpito un ramo, si conficcò sulla coscia sinistra di Righino, che distava dalla bocca di fuoco poco più di trenta metri. Righino morì in seguito un'emorragia all'arteria femorale. Le indagini, come hanno riferito i carabinieri, sono state rese più complesse dalla reticenza di alcuni cacciatori. I corpi dei cinghiali uccisi quel giorno, dai quali si potevano estrarre le pallottole sparate dai vari fucili, furono nascosti e si cercò di non farli avere agli investigatori. I militari riferiscono anche che alcune fascette di riconoscimento che vengono messe alle zampe degli ungulati risultavano alterate. Prossima udienza, il 18 aprile 2013, con l'audizione dei compagni di battuta della vittima. (val.gro.) IPRODUZIONE RISERVATA