«Santo Stefano ha ragione e non deve pagare»
di Rita Cola wPAVONE La manifestazione risale al maggio di due anni fa, davanti alla sede della Santo Stefano. Un gruppo di persone, con l'imprenditore Pasquale Motta in testa, si era presentato a Pavone di buon'ora. Oggetto del contendere: un credito che Pasquale Motta dice di vantare per la realizzazione di una casa di riposo a San Giustino, in provincia di Perugia. «Mi devono tre milioni e trecentomila euro - diceva - e io non ho potuto pagare le altre aziende». I presenti confermavano, mentre i cassonetti dell'immondizia andavano a fuoco e la strada provinciale rimaneva bloccata per ore. Pochi giorni fa, su quel credito, il tribunale civile ha messo la parola fine con una sentenza firmata dal giudice Ivana Peila. La sentenza chiarisce che sulla base di quel decreto ingiuntivo che era stato presentato (e poi seguito da una rinuncia al credito) non si può procedere con una esecuzione forzata. Vicenda intricatissima che, non per caso, è andata avanti per anni, udienza dopo udienza, con mille aspetti da chiarire e un lungo elenco di esposti e denunce presentate. Alcune sono andate avanti (è del 18 aprile un'altra sentenza civile in favore di De Palma). Il tribunale ha, di fatto, accolto la posizione della società Santo Stefano di Cataldo De Palma e Michele Salvati (avvocato Claudio D'Alessandro). Che, quindi, non devono nulla. Il tribunale, tra l'altro, si era già pronunciato nel dicembre 2010 respingendo un'istanza di fallimento nei confronti della Santo Stefano, sempre per via del decreto ingiuntivo contestato da 3 milioni e 300 mila euro. De Palma e Salvati incassano con soddisfazione la sentenza: «Noi abbiamo pagato la struttura di San Giustino fino all'ultimo euro e non abbiamo timori che si vada nel merito a verificare ogni aspetto. Anzi. In questi anni abbiamo sofferto per tutto quello che abbiamo subito; siamo stati ingiustamente attaccati pubblicamente senza avere la possibilità di difenderci. Abbiamo delle attività (due residenze sanitarie assistenziali in Canavese e una in provincia di Perugia, ndr)e siamo conosciuti. Gli enti e le persone sanno come lavoriamo, ma questa storia ci ha fatto male. Per fortuna in tribunale abbiamo potuto dimostrare le nostre ragioni». ©RIPRODUZIONE RISERVATA