Il fascino di Monte Carlo, una sfida alla fortuna
di Gian Paolo Grossi A Monte Carlo c'è gloria per principi e re. Della presenza dei primi si sa da sempre. Quanto agli altri, del simbolico appellativo regio possono fregiarsi in tre, ripetuti dominatori del prestigioso (e pericoloso) gran premio locale. I tre veri re. Prima venne Graham Hill, paladino di Brm e Lotus, nonché cinque volte vincitore tra il 1963 e il '69. Nel '75 la mancata qualifica alla corsa monegasca, con una vettura di propria costruzione, lo spinse al ritiro definitivo. Gli restava un primato assoluto nella prova iridata più ambita, difficile da superare. Ma arrivò Ayrton Senna, il vero padrone sulle stradine del Principato, che a lui e alla sua McLaren si concesse in sei occasioni. Così accentratore, il pilota paulista, che persino i suoi insuccessi fecero storia: secondo all'esordio nella gara interrotta dal nubifragio nel 1984 e leader solitario nell'88, ormai irraggiungibile dai rivali, allorché s'incollò al guard-rail del Portier. Quando morì, Senna lasciò Monte Carlo da pluricampione uscente. C'è poi Michael Schumacher, sempre a quota cinque, ma il suo status di re onorario è offuscato dalle troppe volte in cui a Monaco non è stato un vero protagonista: contano però i successi, divisi tra Benetton e Ferrari, e il tedesco potrà pur sempre farvi riferimento. Più lotteria che gara. Per la sua atipicità nessuna gara è una lotteria quanto il Gp di Monaco. Vincono i migliori o quelli che vi si adattano meglio («correre qui è come andare in bicicletta dentro un appartamento», sintetizzava Nelson Piquet), ma anche spesso i più fortunati. Occhio a botti e colpi di scena. Nel 1950 nove monoposto chiudono in una collisione alla curva del Tabaccaio, nel '62 l'americano Richie Ginther cancella dalla gara cinque vetture. Nell'80 Piquet e Alan Jones scattano dalla prima fila ma si toccano a Saint Devote e scatenano un vero e proprio caos, con la Tyrrell di Derek Daly che vola sulle teste di metà delle monoposto imbottigliate dopo il via. Non è finita: nel 1996 partono sotto la pioggia in 23 e tra contatti e testacoda arrivano in quattro, con clamorosa affermazione del francese Olivier Panis su Ligier (a proposito di roulette!). Altre emozioni? Basta tornare al 1982 per ricordare la giornata in cui il destino si prese beffa di tutti. Una beffa continua. Mancano quattro giri e in testa c'è Alain Prost, quando comincia a piovere: il francese non riesce ad evitare di stamparsi contro le barriere. In testa si ritrova Riccardo Patrese che tuttavia nel passaggio finale fa testacoda al tornante dell'Hotel Loews, lasciando il primato a Didier Pironi, a cui si spegne la batteria sotto il tunnel. L'eredità del primo posto passa a Andrea De Cesaris, che pochi metri dopo resta senza benzina. Patrese riparte verso il traguardo e va inconsapevolmente a vincere. Sono 30 anni. Chissà se è proprio a questa e a centinaia di altre emozioni che brindò nel lontano 1929 il britannico William Grover-Williams sul rettilineo del lungomare. Lo fece in onore al successo suo e di quel nuovo gran premio, appena vinto su Bugatti agli 80 chilometri l'ora di media. Non sapeva che sarebbe diventata la più prestigiosa del mondo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA